Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Lettera aperta al dott. Giacomo Scalzo

Posted by Giambattista Scidà su lunedì 4 maggio 2009

LETTERA APERTA

di Giambattista Scidà Presidente del Trib. Min. di Catania dal 1981 al 2002

al dott. Giacomo Scalzo Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Catania Catania

gennaio 2006

Stampato dalla Edi. Bo. s.r.l. via L. Galvani, 21, CT

Illustre Procuratore Generale,

mi sdebito, ora che la Corte d’Appello si riunisce per l’apertura di quest’anno giudiziario, della pagina che mi dedicasti nel discorso pronunciato all’apertura del precedente.

Parto dal passo più importante: a dividerci, dici, è il contrasto sull’adeguatezza della lotta alla mafia, negata da me, sebbene effettiva e reale, come Tu l’hai attestata davanti alla Commissione Bicamerale di inchiesta e davanti al CSM.

E’ questo contrasto – spieghi – che Ti ispira riserve a mio riguardo; che Te ne ha ispirate di infelicemente espresse, nel gennaio del 2004: donde una mia lettera che trovi giustificatamene indignata.

A questo punto è necessario un chiarimento.

Leggevi il discorso composto per quell’occasione, ed eri giunto alla parte concernente la Giustizia minorile, quando, con improvvisa aggiunta, prendesti a ricordare me, in pensione da due anni, e ad esaltare l’opera da me svolta a tutela dei minori del Distretto, e le annuali mie relazioni, dense (bontà Tua!) di dati e analisi e considerazioni. Ma badasti a prima concedere ad acri avversatori miei, come a placarne preventivamente l’irritazione, che io fossi “per altri versi discutibile”. Di qui le mie contestazioni, che riconosco assai dure, e la richiesta di pubbliche spiegazioni.

Il contrasto è reale. Tu Ti sei prodigato nel conferirgli chiarezza, e non solo nelle due sedi, che la Tua modestia si restringe a citare. Le relazioni annuali, pubbliche, e – non ne dubito – la corrispondenza d’Ufficio, Te ne hanno offerte altre. Non fosse per l’inflessione ironica che la parola può avere, userei per quel Tuo lungo, assiduo, eloquente fervore, nella asserzione e nell’encomio, proprio quella – crociata – che Tu applichi, con ironia deliberata e scoperta, a quanto ho tentato di fare io, “profeta disarmato”, nella opposta direzione.

Oltre che reale, il contrasto è profondo: da quando, il 7 dicembre del 2000, sentito dalla Commissione Antimafia, scostai il sipario che ancora celava la scena di San Giovanni La Punta: a parlar della quale sono tornato il 12 gennaio del 2001, nel dibattito di inizio dell’anno. Dopo avere abbordato altri temi, del pari ignorati dalla Tua relazione (il viluppo di competenze penali incrociate, tra gli Uffici di Messina, Catania e Reggio Calabria, in procedimenti riguardanti magistrati; la discrezionalità praticata di fatto in materia di azione penale) richiamai fosche vicende di quelle contrade: “Cercherò meglio che sinora, nel discorso del Procuratore Generale, un nome che è divenuto inquietante, minaccioso, ed evoca tragiche cose. Non è il nome di una persona, ma di un luogo, vicino a Catania: un luogo nel quale sembrano incontrarsi ed intrecciarsi tutte le devianze, la mafiosa e le altre: tutte. In una fossa del suo cimitero sono i resti di un uomo cui non fu dato tempo di svelare, come si dice volesse, ontosi segreti. Ci aspettiamo uno sforzo immediato, e alacre, e intransigente, di recupero della verità: e l’avvento, se certi assunti siano veri, d’una giustizia senza riguardi: fatta da mani che non tremano, per la salute di Catania di oggi e della Catania avvenire; e non di Catania soltanto.”

Riaffermerei, oggi, quel che allora affermai. Non mi vien facile credere, dati i fatti emersi dopo quel tempo, e dati i fatti sopraggiunti, che Tu potresti, per Tua parte, fare altrettanto.

In ogni caso, il mio rispetto delle Tue opinioni sarebbe assoluto, come la mia impossibilità di abbracciarle; ma rispetto Tu devi alle mie, e prima che ad esse, a me. Non puoi suggerire, da codesto scanno e con indosso i segni di una così alta funzione, che io mi sia fatto banditore rumoroso e caparbio di assunti fallaci: come hai suggerito con parola tra ironica e di censura, la cui valenza negativa (o di rimprovero per ubbie stolide e testarde, o di adombramento di cattiva coscienza) è intenzionalmente accentuata, nello scritto, da significative virgolette.

Io non ho fatto “crociate”. Ho fatto, illustre Giacomo, il mio dovere.

Tu sei Procuratore Generale della Repubblica da nove anni; io sono stato, per venti, Presidente del Tribunale per i Minorenni. Tu potesti, sino alla nomina, dedicarti alla stesura di dotte sentenze e accrescere ancora la mole del Tuo vario sapere. Io feci fronte ad obblighi che le condizioni della città, infeste all’infanzia e all’adolescenza, incessantemente mi addossavano: specie da quando, caduti nel loro sangue sia Dalla Chiesa che Fava, e venute meno altre minacce di violazione, dall’esterno, del gran tabù catanese, il sistema di interessi, dal quale Catania era dominata e sfruttata, aveva potuto più tranquillamente aprirsi alla malavita. Dopo la nomina a codesto Ufficio, Tu imboccasti (per convinzione, non ne dubito, di bene operare) strade lungo le quali non potevi incontrare che plauso; io continuai a percorrere quella che avevo scelta sin dal principio, e dai fianchi della quale mi erano venute e mi sarebbero venute ancora manifestazioni, qualche volta rabbiose, di non gradimento.

Tu conosci i fatti.

All’inizio dell’85, la città poteva dirsi venduta alla mafia. Fornitrice di segnalati servizi, quest’ultima beneficiava di vantaggi molteplici, e tutti funesti alla collettività, tra i quali il disarmo del territorio e la rinuncia a far cessare latitanze già lunghe.

Spacciatori, rapinatori, estortori, scippatori potevano scorrere Catania, da un capo all’altro: né le case furono più sicure, se non custodite; né le strade poterono affollarsi di gente, la sera; né l’attraversare il giardino pubblico fu privo di pericoli. Parallelamente, proseguiva lo scempio impunito delle risorse pubbliche, e sempre più drammatica si faceva la condizione dei quartieri periferici, nuovi, e di altri, antichi e di antico degrado. La criminalità degli adulti e quella dei minori avanzavano rapidamente verso sinistri primati nazionali. Così stando le cose, il Presidente del Tribunale per i Minorenni non poteva restringersi all’ordinario lavoro, di direzione dell’Ufficio e di risposta a domande di giustizia.

Nell’inerzia di quanti avrebbero dovuto attivarsi ben prima di me, e nel silenzio di moltissimi altri che avrebbero potuto, volendo, feci quanto era in me. Descrissi la situazione, senza riguardi né reticenze; invocai ritorno dello Stato a Catania; deplorai il perdurare, sempre più scandaloso, di una latitanza – quella del capo stesso della mafia catanese – ormai storica e quasi fatata. Insieme con altri catanesi di buona volontà detti vita ad una associazione che operava per l’avvento di una finalmente effettiva lotta alle tossicodipendenze mediante reale contrasto all’offerta di droga, e voleva l’entrata in campo dei servizi pubblici, per la prevenzione e per la cura, ed auspicava vigilanza accorta sui tropismi di privati, nominalmente no profit, verso il profitto. Di quel sodalizio portai l’ispirazione all’interno della Consulta Regionale, irriducibilmente opponendomi ad associazioni sostenute da tutti i partiti politici, e anche da magistrati, ma immeritevoli di fiducia.

Fermamente convinto, quanto alla criminalità minorile, della responsabilità delle amministrazioni locali, troppo spesso devianti nel trattamento delle risorse pubbliche, e della correlativa necessità che la giustizia ordinaria ne reprimesse puntualmente gli abusi, sottoposi al CSM, nel ’96, motivato auspicio di immissione, nella Procura della Repubblica di Catania, di energie nuove; e nel ’98 feci presente che a capo della Procura di Messina, competente ai sensi dell’art.11 c.p.p. per ogni procedimento riguardante magistrati di questo Distretto, doveva esser posta persona affatto estranea alla Procura catanese. Nel ’99 chiesi (anzi tornai a chiedere) che si facesse luce su due fatti di altissima rilevanza.

Ho infine reso, alla Commissione Antimafia, le dichiarazioni accennate prima, aprendo così quella “questione Catania” che nessuna soperchieria vale a far passare per chiusa.

Nessuno, in tanti anni, ha attentato alla mia incolumità, e nessuno ha pensato di farlo, ch’io sappia, prima delle mie dichiarazioni su San Giovanni La Punta. E’ in altri modi che si è cercato, tra l’83 e il 2000, ma sempre senza successo, di eliminarmi dalla vita giudiziaria catanese. Non voglio farne l’elenco.

Ho avuto anche grandi, grandissime soddisfazioni, proprio per conseguenza, paradossale, di quegli attacchi. Se facessi somme algebriche, il risultato sarebbe, grazie alle seconde, superbamente positivo. Ma a me basta la certezza di aver fatto ciò che dovevo. Come dissi – Te presente – a meno di due settimane dal mio collocamento a riposo, il 12 gennaio 2002, giorno di inaugurazione di quell’anno giudiziario: “Già a contatto con l’ultimo limite che la legge assegna alla vita di lavoro dei magistrati, esprimo una certezza e formulo un augurio. I giovani che vengono ad indossare la toga sapranno esercitare la virtù, essenziale pel magistrato, del saper dire di no: del saperlo dire agli altri, e prima che agli altri a se stesso. Auguro loro il privilegio di sapere avvertire, in ogni circostanza, com’è supremamente bello il battersi per una causa difficile o disperata ma che la coscienza certifica giusta. Questo privilegio, io l’ho avuto.”

Quel giorno, parlando per primo, da Procuratore Generale, Ti profondesti in un lungo saluto per il mio coetaneo, Presidente della Corte, che sarebbe stato collocato in pensione dopo di me. Evitasti, invece, di fare il mio nome: ossia di provocare, facendolo, chi mi aveva in odio. Compresi; e non mi sognai di muoverTene rimprovero, né in quello stesso luogo, parlando a mia volta, per ultimo, né per tutto quell’anno, né per il successivo: sinché Tu non me ne desti motivo, due anni dopo, errando, con la parola, così come avevi fatto, allora, con il tacere. Ma non fu certo per chiederTi, risibilmente, a due anni di distanza, risibili riparazioni.

Mi spiace perciò che Tu abbia voluto compiere, dal banco, infelicemente umoristici riti di compensazione. Ma più mi rincresce che in questo abbia immischiato, nientemeno, Socrate. Non sarebbe bene, illustre Giacomo, che di Lui ricordassimo, nei frangenti della nostra città, come egli combatté con coraggio per la sua, e come, potendo fuggire dal carcere, volle restarci e morire, piuttosto che disobbedire alla legge?

CT gennaio 2006-02-01

Giambattista Scidà

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