Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

  • PAGINE

  • Indice cronologico

  • Indice categorico

Il Tribunale per i Minorenni di Catania e la legge sull’adozione di minori, n°184/83

Posted by Giambattista Scidà su lunedì 22 agosto 2011

Il Tribunale per i Minorenni di Catania e la legge sull’adozione di minori, n°184/83

I

La legge del 1967 sull’adozione speciale, dagli effetti legittimanti, per i minori infraottenni che versassero in situazione di abbandono, dovette convivere con l’adozione ordinaria, tradizionale, prevista dal codice civile. Nell’adozione speciale era un organo di giustizia ( il TpM) ad accertare l’abbandono e a scegliere la coppia adottante (una coppia e non mai un single) tra gli aspiranti provvisti di certi requisiti e concretamente idonei alla funzione genitoriale; nella ordinaria, erano le parti (gli esercenti la potestà parentale e l’adottante), a volere la costituzione del vincolo: al giudice toccando solo di “dichiararla”, dopo aver accertato che l’adottante avesse buona fama e che l’adozione convenisse all’adottato. Accadde così che abbandoni di minori, in personam certam, promossi da mediatori interessati, venissero consumati attraverso quel canale, con correlativo restringimento dell’ambito di applicazione del nuovo istituto.

Altra e severa contrazione di quello spazio intervenne nel 75, con la riforma del diritto di famiglia, che introdusse riconoscibilità degli adulterini. Aspiranti all’adozione di neonati poterono allora provvedersi mediante falso riconoscimento di bambini non riconosciuti dai genitori (“esposti” o figli di ignoti). In certi ospedali si formò un mercato di tali creature. I Tribunali che cercarono di contrastarlo, con gli strumenti di quel tempo (art. 252 cod. civ.) furono repressi dalle Sezioni Minorenni delle Corti d’Appello. Il Presidente del TpM di Catania, Scidà, fu oggetto (1983) di aspra accusa al CSM, ad opera del Procuratore della Repubblica presso lo stesso Tribunale e del Presidente della Corte Minori.

Tale era la situazione quando la Camera dei Deputati intraprese l’esame del disegno di legge sull’adozione di minori, approvato dal Senato. Quel testo conteneva un’innovazione di portata storica: escludeva la possibilità di applicazione, a minorenni, delle norme sull’adozione ordinaria. Esso cancellava dall’ordinamento il “diritto” dei genitori di cedere ad altri i figli, e la possibilità, per chi non avesse figli, di farseli cedere da chi ne aveva. Il bambino, proclamava l’art. 1, ha diritto di crescere nel proprio ambiente familiare: salvo avvio all’adozione, ad opera del Tribunale, se di un tale ambiente c’era irreversibile mancanza. Quel testo conteneva provvide norme sull’adozione internazionale. Altro merito del disegno, licenziato dall’assemblea di palazzo Madama, era questo: che l’art. 74 recava disposizioni in materia di falsi riconoscimenti; anche se lo strumento del quale i giudici potevano avvalersi per la tutela delle vittime non consisteva in altro che nella nomina di un curatore speciale, per l’impugnazione dell’atto davanti al competente giudice civile: troppo poco, in verità, perché il mercato in atto se ne sentisse scoraggiato.

Furono i magistrati del Tribunale Minorile di Catania a dare l’allarme. I giudici La Rosa e Del Core intercettarono il relatore, Casini (omonimo del più noto on.le Pier Ferdinando) che atterrava a Catania e gli chiarirono i termini del problema; il Presidente del Tribunale aderì ad una riunione di giudici presso il Tribunale Minorile di Roma, e diffuse una scrittura (de profundis per l’adozione speciale), enunciante con chiarezza le prevedibili conseguenze di quella norma infelice. Per sua parte un parlamentare catanese, penalista dalla varia cultura, ne raccolse le preoccupazioni, proponendo un emendamento. Prevalse però, data l’imminenza dello scioglimento delle Camere, la preoccupazione di impedire che modifiche al testo del Senato, e conseguente necessità di ritorno in quella sede, inducessero caducazione del progetto.

All’inadeguatezza della nuiova legge (n°184/183) pose in seguito rimedio la Cassazione, con una sentenza del 1987, dovuta a Paolo Vercellone, già Presidente del Tribunale per i Minori di Torino, la quale insegnò potersi adottare dal giudice minorile, in esito alle indagini previste da quell’articolo 74, ogni opportuna misura (allontanamento del minore; affidamento dello stesso ad altri), esclusa restando solo la dichiarazione di adottabilità, sinché non accertata la non veridicità del non riconoscimento dal giudice delle questioni di stato delle persone.

Mentre la legge, e la provvida interpretazione della Corte Suprema sbarrava quei due luoghi elettivi della pratica fraudolenta, la malizia degli aspiranti adottanti, privi dei requisiti per adottare, se ne apriva un altro, abusando di un istituto (l’affido eterofamiliare) che proprio quel nuovo corpo di norme aveva introdotto (art. 2), come alternativa al ricovero a convitto di minori temporaneamente privi di idoneo ambiente familiare.

Sapevamo bene, a Catania, come quella pratica del ricovero assistenziale, nociva, fosse localmente estesa: 200 gli istituti nel Distretto Giudiziario, e ben 5000, all’inizio del decennio, i ricoverati: che è come dire il 10% del totale nazionale, laddove la popolazione, di un milione ottocentomila abitanti, non superava il 3,5% di quella del paese. E non eravamo rimasti a guardare. Con una nota del 1981 ai Sindaci dei 96 Comuni della Circoscrizione la Presidenza del Tribunale aveva fatto presente l’inammissibilità di quel modo di assistenza, anche se gradito dalle famiglie, fuori dai casi di necessità non fronteggiabile diversamente: il ricovero doveva serbare carattere di residualità. In quello stesso ambito – proseguiva il documento – di ogni ricovero andava seguito lo svolgimento, da un competente servizio sociale, anche al fine di farlo cessare non appena possibile; l’ idoneità della struttura andava preventivamente accertata; la scelta doveva cadere sull’istituto più vicino alla residenza della famiglia, ed esser la stessa per minori dello stesso sesso, appartenenti alla stessa fratria. Era il prologo della “campagna” per la deistituzionalizzazione che il Tribunale avrebbe condotto sempre più sistematicamente e con largo anticipi sulla legislazione regionale (L.22/86) sulla base di ben più esigenti criteri ispiratori*.Non mancò in quella comunicazione il suggerimento di promuovere, quando possibile, il temporaneo affido di minori ad altre famiglie, che le famiglie di appartenenza dei minori vedessero bene.

La legge184/83 regolò la materia all’art. 2, prevedendo che affidi del genere potessero essere disposti dai servizi locali e resi esecutivi dal Giudice Tutelare. E fu di queste norme che subito si paventò, dai più avvertiti, la non applicazione o l’applicazione falsa. Era da temere che minori dalla ormai certa situazione d’abbandono venissero collocati in affido, invece che segnalati al Tribunale; e che decorso qualche tempo si gridasse all’abbandono, come sopraggiunto: per pretendere che il Tribunale, costatata l’ormai innegabile realtà, dei rapporti costituitisi tra gli affidati e gli affidatari, pronunciasse adozione in favore di questi ultimi: applicando, se essi eran privi dei requisiti di legge, la norma (art. 54 c) scritta per il caso di abbandonati ai quali non fosse stato possibile trovare adottanti che ne fossero provvisti.

Era pure da temere che altri affidi, legittimi all’origine perché prevedibilmente temporanea la mancanza di idoneo ambiente familiare, venissero gestiti in tal modo da far maturare, proprio essi, l’abbandono che inizialmente non c’era: sottilmente ostacolando, invece che agevolarli i rapporti tra i minori e congiunti. Anche in questi casi, le relazioni frattanto costituitesi con gli affidatari sarebbero state dette irreversibili e come tali impeditive dell’affidamento preadottivo ad altri adulti; e anche in questi casi si sarebbe reclamata l’applicazione dell’art. 54 c. Si può comprendere che prospettive del genere non minacciassero dovunque allo stesso modo, perché diverso da Distretto a Distretto il livello di audacia nell’organizzazione di callide intese, e perché diversa la capacità dei giudici minorili di allarmarsene. Lo confermano le statistiche distrettuali, con notabili diversità di frequenza delle adozioni ex art. 54.

Esponiamo qui di seguito, per il nostro paziente lettore, quanto avvenne in Distretto di Catania.

___________

 *Si veda per tutto ciò, in questo stesso blog, lo scritto di prossima pubblicazione Il Tribunale per i Minori di Catania ed il ricovero dei minori a convitto

II

 In un grosso Comune del Distretto, due coppie aspiranti all’adozione di minori, entrambi senza speranza di poterne ottenere qualcuno in affido preadottivo (ossia dal Tribunale) ne ebbero due, uno per ciascuna, dai servizi locali, a titolo do affidamento temporaneo ai sensi dell’art. 2 della legge. Fu necessario, per questo, sottacere lo stato di abbandono, nel quale i bambini, fratelli germani, versavano, e spacciarne per temporanea la mancanza di idoneo ambiente familiare: sia presso il Pretore – Giudice Tutelare, il quale rese esecutivo l’affido, che presso il PM minori, dal quale l’affido non venne impugnato. La durata prevista dal provvedimento era già interamente decorsa, senza rinnovo, che sarebbe stato temerario, e la situazione, ormai di mero fatto, si protraeva, quando la loro povera madre partorì altra creatura, della quale, l’ospedale di nascita segnalò al Tribunale l’abbandono, dando notizia della situazione dei fratelli.

Si pretese allora che i giudici decretassero adozione dei due in favore degli ex affidatari, anche se sprovviste, quelle due coppie, del requisito dell’età: impossibile si disse l’affido preadottivo ad altri, dati i rapporti affettivi nel frattempo costituitisi; ma nello stesso tempo si pretese che l’adozione venisse decretata senza previo esame dei piccoli da parte del Tribunale; e perché l’esame non potesse ave luogo, essi furono fatti scomparire.

Un’enorme, spettacolare, interminabile pressione venne esercitata, senza ritegno, sui magistrati, con il concorso dei media nazionali, e senza che alcuno la deplorasse.

L’ANM non intervenne.

I magistrati trovarono tutela nella loro coscienza. Disposte ricerche di minori, e individuata, con i mezzi allora disponibili, la coppia che potesse meglio accoglierli, entrambi, fu allertato, per il ricovero immediato, in caso di reperimento, un istituto idoneo, le cui responsabili si impegnarono a prestare assistenza ininterrotta, anche durante la notte. Il Presidente assicurò ai CC e alla Polizia la propria personale ininterrotta reperibilità; si assicurò eguale reperibilità di un assistente sociale e di un autista.

Gli fu possibile, così, mettersi in viaggio entro mezzora dall’annuncio che uno dei piccoli si trovava presso i CC, in quel tale Comune; raggiungere il luogo (ad una novantina di minuti da Catania), e prendere in consegna il piccolo, che trovò sorridente e divertito in braccio ad un militare. A Catania era ancora aperto il Bar Caprice; Saro (questo il nome del piccolo) mostrò di gradire un giocattolo di latta, pieno di caramelle; e ancora lo aveva caro molti anni dopo. Trascorse una notte tranquilla, una giovane suora sempre accano a lui; e l’indomani in Tribunale, entrò subito in lieta comunicazione con la coppia. L’affido preadottivo, seguito da un SS, ebbe corso pienamente soddisfacente; all’anno, fu decretata adozione, Saro si fece amare anche a scuola, dove primeggiava. Lo rividi alcune volte, cordialmente memore del viaggio verso Catania fatto con me. Il fratello non fu trovato, perché non lo si volle cercare.

C o n t i n u a

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Cardella

Posted by Giambattista Scidà su giovedì 11 agosto 2011

C a r d e l l a

É morto alcuni giorni fa di morte naturale, nel Nicaragua: 23 anni dopo Rostagno, che morì di morte violenta alle soglie della SAMAN, e ancora non è stato accertato chi ne volle la fine e perché. Non avrei mai incontrato Cardella né a me sarebbe accaduto di contrastarne l’impresa maggiore senza i fatti che qui riassumo.

I

Nel 1982 il potere su Catania fu gravemente minacciato, sia dall’interno della città che da fuori. Giuseppe D’Urso mise in moto una formidabile protesta contro il torbido appalto per la costruzione, in via Crispi, di una sede per la Pretura, e l’intervista bomba di Dalla Chiesa ( La Repubblica del 10 agosto ) svelò al Paese le verità catanesi più accuratamente nascoste. Il sistema sormontò entrambe quelle minacce. Dalla Chiesa cadde 24 giorni dopo, a Palermo, a due passi dalla sua Prefettura, e al posto del Prefetto nemico che egli era – ma Prefetto di Palermo, senza altri poteri – i grandi di Catania ebbero un Alto Commissario antimafia con poteri su tutta l’isola, che era stato Questore a Catania, mai dubbioso della loro ineccepibilità. Quanto all’appalto, la Giustizia non si mosse; non si mosse la Procura e neanche vollero muoversi i Pretori, homines novi nei quali era stata riposta da moltissimi cittadini una grande speranza di progressivo rinnovamento della giustizia inquirente.

Fui tra coloro che più soffrirono di quegli esiti. Ancora parecchi anni dopo, a Samarcanda, dicevo alto il mio convincimento, che la strage di via Carini era stato un delitto catanese. Quanto ai Pretori, pur salvando i rapporti personali con loro non nascosi la mia disapprovazione per quella scelta. Essa fondava, per i successivi decenni, il regime materiale della città. Qui non sarebbe corso sangue di magistrati; a morire di piombo sarebbe stato Giuseppe Fava.

L’anno appresso non mi fu benigno. A Pasqua era già in corso il primo tentativo di espungermi da Catania. E presto ebbi bisogno di ripetuti ricoveri in ospedale, uno dei quali volli interrompere per potere scongiurare la locazione d’oro, a spese del Ministero, che si disegnava per fornire di nuova sede gli Uffici giudiziari minorili. Tra una degenza e l’altra, non mancai di puntualmente recarmi a Palermo di primo pomeriggio – quasi in continuazione del servizio prestato in Tribunale – perché al Comitato Regionale per le tossicodipendenze non mancasse il numero legale

Sapevo, ogni volta, che durante il ritorno, con la stessa SAIS, a sera, una misteriosa febbre si sarebbe impadronita di me, al modo della melitense, per lasciarmi soltanto al mattino, nel letto pregno di sudore. Ma non ebbi mai bisogno di un taxi per rincasare. Dalla scaletta del pullman, le gambe già grevi, vedevo di fronte, le spalle contro il muro, come un telamone, e la testa più alta che le teste dei passanti, un certo segretario giudiziario del TpM, possessore di automobile: sempre al corrente, per non so quali sue vie, dell’ora del mio rientro. Era il mio più stretto collaboratore, instancabile e pacato, nella fatica quotidiana.

Quando fu all’odg un’istanza di contributo, di una comunità asseritamente attiva da due anni in Distretto di Catania – ma nessuna notizia me ne era mai giunta – proposi un accesso. Trovammo un campo da molti anni in abbandono, coperte di rovi le sole costruzioni realmente esistenti, forse servite di ricovero per attrezzi.

L’accaduto si attaccò al mio oscuro cognome. La Regione avendo istituito una sua Consulta per le tossicodipendenze (trenta membri, nessuno dei quali di diritto; Presidente l’Assessore alla Sanità; lauto gettone di presenza, sia per il plenum che per le Commissioni; improbabile ormai che mancasse il numero) l’Assessore (un socialista di buone lettere e di tratto distinto), mi interpellò per telefono. In verità era difficile pretermettere me, pur mentre venivano inclusi altri magistrati, uno dei quali di Catania, e anche il gestore di quella tale comunità, senza dare l’impressione mi si volesse punire. Accettai.

Ebbi il trattamento più riguardoso. Sedevo accanto al Presidente, alla prima riunione, quando venne all’esame, come primo argomento, l’istanza di iscrizione all’Albo degli Enti ausiliari, dell’associazione SAMAN, con sede in Valderice. Non ci fu dissenso circa l’opportunità di un’ispezione. Andammo in cinque: con me, un altro magistrato, di Messina, il Prefetto di quella Provincia e due funzionari della Regione. Tornammo divisi. Io avrei riferito per la maggioranza, contraria all’iscrizione; l’altro magistrato, di opposto avviso, per sé.

II

La SAMAN era Francesco Cardella. Cardella era tutto. La sua immagine incombeva, ossessivamente ricorrente, da tutte le pareti. Rostagno non era che un utile gregario. Non aveva potuto proteggere dal potere del guru neanche la propria vita privata. Aveva dovuto lasciare il centrale, lussuoso alloggio di dirigente, suo sinché integra quella sua vita, per un tetto al margine del recinto. Mentre i due funzionari, straordinarie figure di servitori dell’interesse pubblico, si dedicavano all’esame della documentazione, volli muovermi per il vasto spazio – cinque ettari, credo – sul quale insistevano gli edifici, quasi tutti evidentemente abusivi, per la loro stessa struttura. Si udivano ogni tanto grida disperate: la comunità ospitava, insieme con tossicodipendenti, psicotici. Entro un locale era “la macchina per la serenità”: un vascone pieno d’acqua fortemente salata, sulla quale un corpo potesse stare a galla. Il fondo, proprietà del Cardella, era stato messo a disposizione del sodalizio con una scrittura privata, in carta legale, dalla data incontestabilmente mendace perché anteriore di parecchi anni all’anno di fabbricazione del foglio, leggibile in filigrana. E certi tratti del suo passato erano lontani dal raccomandarlo: il tempo trascorso a Milano, prima della SAMAN, e l’attività ivi svolta nell’area della stampa pornografica.

Ma Cardella era appoggiato da tutti i partiti politici, e dai gestori di comunità. Particolarmente impegnato nel sostenerlo era il partito socialista, allora all’apice del potere: deteneva la Presidenza del Consiglio; aveva il Ministero della Giustizia; aveva, a Catania, una presenza molto forte. Cardella era stato in India, per alcuni anni, presso il fratello di Bettino Craxi, Antonio, e a Milano aveva potuto allargare e approfondire i suoi rapporti con quell’area politica. Era da escludere che la Consulta ne respingesse le istanze, senza repentaglio per il vertice dell’Assessorato.

III

Il 30 gennaio del 1986 la seduta avrebbe avuto inizio prima se il Presidente non fosse stato chiamato, et pour cause, da Palazzo Chigi. Il magistrato di Messina propose iscrizione, con accompagno di condizioni, del cui rispetto non c’era garanzia. I contrari all’iscrizione (Scidà, i due funzionari, il Col. Colossa) fummo sommersi dai voti favorevoli. Le astensioni furono quattro. Io ero stato sgradevolmente interrotto dal Presidente, mentre riferivo. Non fui presente alla seduta del pomeriggio; sì a quella del giorno dopo, all’inizio della quale dichiarai che non intendevo fare ancor parte della Consulta, a causa del voto del giorno prima e del comportamento dell’Assessore. Si alzarono tutti nel tentativo, vano, di trattenermi. Seguì un lungo tempo di inattività dell’organo. Mesi dopo, un messaggio mal scritto dell’Assessore mi esortò a rientrare . Rientrai, ma per chiedere riesame del deliberato. Il Presidente – correttissimo, ora, sul piano formale – fu netto nel no. Era il 7 maggio 1986; non ricomparvi che due anni dopo, quando altra persona fu subentrata all’Assessore. Intanto, altri mutamenti erano intervenuti. La SAMAN si era rivelata; l’insofferenza aveva raggiunto, in numerosi componenti, livelli alti. Ne fu respinta un’istanza, in Commissione; e in quella stessa sede il Prefetto di Palermo, Finocchiaro, ed io, chiedemmo, con altri, che all’odg del plenum fosse iscritta, per la prima seduta, revoca della delibera di iscrizione nell’Albo.

IV

Nella riunione plenaria del 24 marzo 1988, la discussione fu amplissima. Io presentai motivata proposta di cancellazione. Uno dei componenti, uno solo, votò contro; otto i voti favorevoli, compreso il mio; sette gli astenuti. La cancellazione era deliberata.

Ma il TAR annullò la delibera. Non ho a portata di mano la motivazione: la maggioranza doveva esser calcolata non sui presenti, ma sul numero dei componenti? o le astensioni dovevano esser tenute in conto di voti contrari? la SAMAN poté continuare ad espandersi. Diventò un impero. Nessuno ne ha visto i conti.

V

Non ho da fare processi alle astensioni; ma certo corrispondeva ad una strategia quel rivestire i no di ni. Per me non era più l caso di sottrarre il tempo a Catania per spenderlo nella Consulta. Volli uscirne, infatti, per sempre.

VI

Non so collocare nel tempo, con precisione, l’inchiesta per un affare di droga, grosso, all’interno della SAMAN: intrapresa dalla Procura della Repubblica di Trapani, e sottaciuta da tutta la stampa. Intanto Rostagno era rinato. Parlava da una radio di Trapani, contro la mafia. Fu freddato la sera del 26 settembre 1988 davanti al cancello della comunità. La giustizia non poté avanzare lungo piste interne. Pannella venne a tenere un comizio a Trapani: gridò di volere la verità su quell’omicidio; aspettava di conoscerla anche da lettere anonime. Non sono mai stato richiesto di informazioni. Il Procuratore Capo di Trapani era in procinto di venire a Catania quando l’indagine che aveva iniziato fu repentinamente chiusa.

Cardella, non più inseguito da sospetti di concorso in quell’omicidio, è morto mentre a Trapani è in corso un processo, a carico di mafiosi, davanti alla Corte d’Assise di 1°grado, a distanza di quasi un quarto di secolo dal fatto.

Giambattista scidà


Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Parcheggi (continuazione)

Posted by Giambattista Scidà su mercoledì 10 agosto 2011

Parcheggi

continuazione

VII

Non è ancora tempo di commenti. Occorre che, prima, la rivisitazione dei fatti sia integrata, perfezionata e per quanto del caso corretta (cosa nella quale ci sentiremmo impegnati). Gioverà conoscere i motivi della consulenza, gli argomenti con i quali sia stato chiesto al Tribunale, com’è verosimile, disporsene altra, e i motivi del diniego, e come anticipammo, il testo dell’impugnazione.

Chi, dopo, vorrà commentare, difficilmente potrà prescindere da riferimenti a congiunture e contesti. Quel che si può dire sin da ora è ciò che Cittàinsieme ha detto: che piazza Europa non andava toccata.

Giambattista Scidà

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Parcheggi

Posted by Giambattista Scidà su sabato 6 agosto 2011

Parcheggi

Quando il Tribunale di Catania (III Sez.) assolse gli imputati nel processo parcheggi di piazza Europa, i PPMM (Gennaro + 1) si chiusero in composto, esemplare silenzio. Fu il libero giornalismo catanese ad esaltarne l’opera e ad investire i giudicanti di acerrime stroncature (esiste o no, nel nostro Paese il diritto di critica?). Presidente e componenti del Collegio fecero a loro volta la loro parte esemplarmente: muti come senatori romani davanti all’invasore.

Gennaro ha parlato adesso, come parlano i magistrati, con gli atti del loro Ufficio.

In attesa di conoscere i motivi dell’impugnazione che egli ha proposto, cerchiamo di ripercorrere le tappe la vicenda.

I

Non tutti i provvedimenti amministrativi inopportuni possono essere sospettati, per ciò solo, di penale illiceità, anche se inopportuni all’estremo e nello stesso tempo giovevoli, com’è naturale che siano, a coloro che li hanno domandati. Tale, per moltissimi cittadini, è il caso della concessione parcheggi di piazza Europa. Ma gli amministratori tornarono sulla concessione, consentendo l’apertura, in alcuni locali, di negozi. Tre consiglieri comunali (D’Agata, Beretta, Arcidiacono) ne fecero segnalazione alla Procura della Repubblica. Era l’agosto del 2006.

Ci proponiamo di ricordare al lettore:

  • l’assetto, a quel tempo, dell’Ufficio di Procura;

  • l’identità dei concessionari;

  • le tappe del procedimento;

  • il corso del giudizio, sino alla sentenza.

II

Era Procuratore Aggiunto, da sei anni, il dott. Gennaro, già membro del CSM (1994/1998) e di nuovo Presidente, da marzo, dell’ANM; era Procuratore Aggiunto il dott. D’Agata, che Gennaro aveva strenuamente cercato., nel 1998, di mettere a capo della Procura della Repubblica di Messina, competente, ex art. 11 c.p.p., per i magistrati del Distretto di Catania; era ancora Procuratore della Repubblica il dott. Busacca, nominato nel 1996, mentre Gennaro, membro del CSM, faceva parte di quella Commissione Uffici Direttivi. È noto a molti che nominando Procuratore il dott. Busacca, già dal 1984 Procuratore Aggiunto, il Consiglio aveva disatteso le ragioni, fatte presenti da un magistrato in servizio a Catania, che consigliavano di chiamare a quell’Ufficio un estraneo alla Procura. Infine, l’Ufficio di Procuratore Generale era stato conferito, nel maggio 2006, al dott. Tinebra, col voto compatto e trascintore del forte gruppo UNICOST, di cui faceva parte un magistrato di Catania, eletto col sostegno di Gennaro; Tinebra prese possesso in settembre. Sino al febbraio il posto era stato tenuto, per nove anni, dal dott. Scalzo, nominato durante la consiliatura Gennaro.

Il pensionamento del dott. Busacca, nel novembre di quello stesso 2006, non provocò cambiamenti dell’insieme, né subito, perché la reggenza fu assunta dal dott. D’Agata, né con la copertura del posto, nel 2008, quando l’estraneo all’ambiente catanese, che in Commissione aveva riportato quattro voti su sei, fu sconfitto nel plenum proprio dal reggente, come fortemente voluto dal grosso battaglione UNICOST al quale si unirono il vice Presidente Mancino, il Consigliere Volpi, bertinottiano, e alcuni altri. Pienamente voluta dal gruppo fu la nomina, nel 2007, del nuovo Avvocato Generale, in persona del dott. Scalia.

III

Nei parcheggi, oggetto dell’esposto, avevano interesse sia l’impresa Virlinzi che una società riconducibile al gruppo Ciancio, detentore, in regime di fattuale monopolio, dell’informazione tenti catanese: il quotidiano LA SICILIA, e le più seguite emittenti televisive. Il giornale era da sempre, con le sue più storiche firme, come l’eco sonora delle posizioni e degli interessi del dott. Gennaro. Dell’imprenditore Virlinzi si è poi affermato esser consuocero del magistrato Scalia. Ma la Procura della Repubblica non ebbe esitazioni. In ottobre del 1997 il cantiere era sotto sequestro; il provvedimenti del gip resisté al riesame; l’ordinanza del Tribunale al ricorso per cassazione.

Seguì rinvio a giudizio: imputati di abuso, per il profitto dei concessionari, i pubblici ufficiali che avevano provveduto; imputati di concorso con loro gli amministratori delle società.

IV

La III Sezione del Tribunale di Catania, cui toccò giudicare aveva trattato e definito, tra il 2006 e il 2009, un processo insorto molti anni prima, a carico del capo (Alfio) del clan Laudani e di un Di Giacomo, statone reggente, per falsa intestazione di edifici, costruiti in San Giovanni la Punta a società inalberanti il cognome Rizzo, dell’affiliato Carmelo, o a società come la “Di Stefano costruzioni” delle quali il Rizzo era socio, notoriamente, attraverso la moglie; sotto il nome della “Di Stefano” erano state innalzate ville bifamiliari, lungo la via Montello di quel Comune, su terreno ceduto, da certo Arcidiacono, a titolo di permuta. Possiamo aggiungere che parte, in verità preponderante di una di tali bifamiliari, sorta sul lotto n° 16, fu a suo tempo acquistata (1991) dal dott. Gennaro, allora sostituto Procuratore della Repubblica, e che della metà giusta di un’altra, sul lotto contiguo, si rese acquirente un professionista, cognato di altro sostituto della stessa Procura catanese, già dal 1987 in aspettativa per mandato parlamentare.

Del Rizzo si volle negare, nel ’93 e nel ’94, la situazione di uomo dei Laudani, loro manager e prestanome nella torbida edilizia di San Giovanni, ed inquinatore dell’amministrazione locale, quale lo descriveva, nello stesso 1993, il D.P.R. di scioglimento del Consiglio Comunale: ma nessuno ha mai dubitato, né in quegli anni né dopo che fu spiccato contro di lui ordine di custodia in carcere, per mafia, né dopo che egli fu ucciso per mandato del capo clan, mentre stava per pentirsi: mai si è dubitato che egli fosse socio della “Di Stefano”. Lo presupposero tutti, come cosa incontestabile, nel procedimento per misura di prevenzione (1993); fu proclamato da lui con un dépliant del 1996, illustrativo della sue realizzazioni da imprenditore, sulla copertina del quale figurava le bifamiliari di via Montello; lo affermava nel 2006 davanti al Tribunale di Monza, in processo a carico del giornalista Chiocci, il querelante Di Loreto, dolendosi che quel suo consocio nella “Di Stefano” fosse stato detto mafioso, pur senza essere mai stato condannato come tale: ma il giudice assolse, tenuto conto del significato assunto, nel linguaggio corrente, da quella espressione: più che quindici anni, insomma, di pacifica certezza.

Ci volle l’udienza del 15/06/2006, nel processo a carico del Di Giacomo (e non anche del Laudani, ancora tenuto per non processabile, in quanto infermo di mente), perché un dubbio venisse avanzato dal PM: non bastava, disse il magistrato: non bastava che della società intestataria fosse socia la moglie del Rizzo, per dare certezza che socio ne fosse costui. Il Tribunale lo seguì. Condannò l’imputato per l’intestazione di altri immobili a società “Rizzo”; lo assolse, applicato l’art.530 n°2 c.p.p., per l’intestazione alla “Di Stefano” e ad altra società. La stampa dette grande risalto alle condanne; tacque dell’assoluzione. Non ci fu appello della Procura Generale.

Nel 2009 fu finalmente portato a giudizio il Laudani: stessa Sezione, ma collegio diversamente composto (Presidente, ora, il dott. M.). Il PM di udienza produsse copia della sentenza del 2006, concludendo per l’assoluzione. Il Tribunale ritenne non esserci motivo di discostarsi da quel precedente: ma nel dispositivo non si legge dopo le condanne, alcuna statuizione assolutoria. Non ci fu impugnazione.

V

Il processo per i parcheggi (Presidente il dott. M.) era in corso (ammesse prove proposte dalle parti) quando fu depositata una perizia d’ufficio: non produttivi di profitto, per i concessionari, i provvedimenti pei quali era causa; insussistente, dunque, l’asserito abuso. Il Tribunale ritenne, dato ciò, di revocare le disposizioni ammissive di prove a carico. Potevano i PPMM (dott. Gennaro e altro magistrato) ricusare per questo il Collegio, ex art.37 n°1 lett. b c.p.p.? non lo fecero.

Trascorso da tempo il termine utile per la ricusa, chiesero revoca dei provvedimenti, con i quali il Tribunale aveva revocato l’ammissione di prove. Al rifiuto fecero seguire ricusazione. La Corte d’Appello la dichiarò inammissibile per tardività. I PPMM non impugnarono per cassazione; il provvedimento della Corte era ineccepibile.

Nel concludere, Gennaro chiese condanna degli imputati, senza specificare a quale pena. Non ci pare che l’omissione abbia precedenti, nella nostra storia giudiziaria.

VI

Contro la sentenza, di piena assoluzione , il dott. Gennaro ha proposto appello; con l’appello egli ha chiesto, come apprendiamo dalle cronache, rinnovazione della consulenza o perizia. Ne aveva fatto richiesta, durante il dibattimento? e se no, perché no?   


Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Iblis

Posted by Giambattista Scidà su giovedì 30 giugno 2011

Iblis

 I quattro magistrati assegnatari dell’inchiesta hanno replicato ai noti provvedimenti del Procuratore Capo. I motivi ed i fini della replica vanno cercati nel suo stesso testo. Ne scrivo, dunque, non per disegnarne altri, non dichiarati, ma solo per curiosità degli effetti che l’atto potrà produrre, se diventi oggetto di discussione in CSM. Di qualcuno dei quattro voci calorose esalteranno l’impegno antimafia; e il rumore gli sarà di ponte verso il riconoscimento più congruo: la nomina a Capo della Procura della Repubblica, sotto lo slancio possente dell’arcata restando ignorati i fatti che la ragione vorrebbe oggetto di attento apprezzamento. Sono i fatti enumerati nello scritto Per capire il caso Catania, invano segnalati il 14 dicembre 2010 al Consiglio Giudiziario di Catania, ai fini del parere di sua competenza sulla istanza di quel magistrato al posto in palio. E sono gli altri fatti, successivi, del Consiglio che eluse l’esame di quel documento, nei modi criticati con apposita comunicazione diretta alla V Commissione del CSM.

È mai possibile che questo avvenga, nonostante i fatti tutti, siano tali da richiedere attenzione non solo dalla Commissione V, ma anche dalla I?

 Continua   

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Sulla lettera al Ministro degli Interni Scalfaro

Posted by Giambattista Scidà su domenica 26 giugno 2011

Il 31 gennaio 1985, come Presidente del Tribunale Minorenni di Catania, indirizzai al Ministro degli Interni la seguente nota, invocando riarmo della città, anche per una più efficace lotta alla droga. In settembre del 1984 avevo pubblicato su I SICILIANI un lungo articolo, deplorando l’indebolimento dei presidi, intervenuto quell’anno. In dicembre, venuto a Catania il Ministro della Giustizia Martinazzoli, gli avevo detto, nel Municipio di Catania, in presenza di autorità tutte silenziose, che egli visitava una città ormai ceduta alla malavita; ero stato contraddetto sul quotidiano LA SICILIA, da una delle più alte autorità culturali.

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Lettera al Ministro degli Interni Scalfaro (gennaio 1985) pag.1

Posted by Giambattista Scidà su domenica 26 giugno 2011

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Lettera al Ministro degli Interni Scalfaro (gennaio 1985) pag.2

Posted by Giambattista Scidà su domenica 26 giugno 2011

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Lettera al Ministro degli Interni Scalfaro (gennaio 1985) pag.3

Posted by Giambattista Scidà su domenica 26 giugno 2011

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »

Al Consigliere Borraccetti

Posted by Giambattista Scidà su martedì 21 giugno 2011

Al Consigliere Borraccetti, del CSM

 

In data ancora recente è venuta all’esame del CSM la proposta della sua V Commissione, di nomina del dott. Giovanni Salvi all’Ufficio di Procuratore Aggiunto di Milano; il Consiglio ha deliberato (13 fav; 8 contro; 3 astenuti) il ritorno di quell’affare in Commissione, perché il dott. Salvi resti in campo, come candidato, oltre che al detto posto, a quello di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, in ordine al quale non sono state ancora formulate proposte. Tra i favorevoli, il Cons. Borraccetti, membro della Commissione V, il quale ha anticipato che in quella sede voterà per la nomina di Salvi a Catania: che è come dire non voterà per alcuno dei più anziani di Salvi, tra i quali è Gennaro.

Pochi giorni dopo, il 16 giugno, il plenum è tornato ad occuparsi di Catania: non per l’Ufficio di Procuratore, ma per la proposta formulata da altra Commissione, la I, di archiviazione del fascicolo stato aperto per valutare se il dott. Gennaro, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale etneo, versasse in situazione di incompatibilità con la detta funzione. L’accertamento era stato determinato da una fotografia, ritraente il magistrato e altri due uomini, e da una lettera, con sottoscrizioni, a macchina, di persone inesistenti, la quale indicava in uno di quei due Rizzo Carmelo, morto di morte violenta per mano di altri affiliati al clan Laudani. Non è noto il tenore della contestazione; non è noto il testo della proposta, che il Consiglio ha emendato, non si sa in quali termini. Noto è invece, dalla registrazione di Radio Radicale, l’andamento della discussione, alla quale ha partecipato il Consigliere Borraccetti, enunciando giudizi altamente favorevoli al dott. Gennaro, e formulandone altri, di riprovazione, per le campagne sostanzialmente denigratorie delle quali nel corso di questi anni il magistrato è stato oggetto. Gli apprezzamenti riguardanti il magistrato Gennaro paiono implicare che il dott. Borraccetti ha superato la negativa presa di posizione a sua volta implicita nel precedente preannuncio di voto per Salvi, meno anziano di ben dieci anni; così come il giudizio su quanto di critico è stato scritto negli ultimi tempi nei confronti del dott. Gennaro sembra colpire, oltre che l’anonimo, certamente spregevole per il fatto stesso di essere tale, tutte le esposizioni, anche di padre noto, che al dott. Gennaro non sono state favorevoli: dall’articolo, dunque, di Travaglio e Giustolisi su MICROMEGA (n°3/96), valutato come ineccepibile in sede giudiziaria (sentenza 10 febbraio 2011 del Tribunale di Roma, Giudice Terranova), al mio Per capire il caso Catania, del dicembre 2010, nessuno dei cui paragrafi è stato oggetto di un qualche conato di confutazione, e alle critiche per il Consiglio Giudiziario, neanche provatosi a prenderne in effettivo esame qualcuno, sino alla recentissima mia lettera al Consigliere Sciacca.

Se questi sono i convincimenti ultimi del Consigliere Borraccetti, allora ci aspettiamo da lui oltre che un voto conforme, quando toccherà alla Commissione V di far proposte, per Catania, anche l’uso della facoltà che gli appartiene di attivarsi per un voto a tutela del denigrato dott. Gennaro: per un voto che suoni replica solenne, a distanza di dieci anni, di quello nel quale il Consiglio si impegnò, il 20 marzo dell’anno 2001, giornata senza pari in tutta la storia del CSM, dal tempo della sua istituzione sino a ieri. Non gli sarà necessario, per questo, che egli conosca i fatti; basterà che voglia farli cessare: non più articoli come quello di Travaglio e Giustolisi; non più sfortuna, per le querele di Gennaro, non più scritti come i miei.

Animo, Consigliere Borraccetti!

 

 

21/6/2011

 

 Giambattista Scidà

Posted in Uncategorized | Leave a Comment »