Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Parcheggi

Posted by Giambattista Scidà su sabato 6 agosto 2011

Parcheggi

Quando il Tribunale di Catania (III Sez.) assolse gli imputati nel processo parcheggi di piazza Europa, i PPMM (Gennaro + 1) si chiusero in composto, esemplare silenzio. Fu il libero giornalismo catanese ad esaltarne l’opera e ad investire i giudicanti di acerrime stroncature (esiste o no, nel nostro Paese il diritto di critica?). Presidente e componenti del Collegio fecero a loro volta la loro parte esemplarmente: muti come senatori romani davanti all’invasore.

Gennaro ha parlato adesso, come parlano i magistrati, con gli atti del loro Ufficio.

In attesa di conoscere i motivi dell’impugnazione che egli ha proposto, cerchiamo di ripercorrere le tappe la vicenda.

I

Non tutti i provvedimenti amministrativi inopportuni possono essere sospettati, per ciò solo, di penale illiceità, anche se inopportuni all’estremo e nello stesso tempo giovevoli, com’è naturale che siano, a coloro che li hanno domandati. Tale, per moltissimi cittadini, è il caso della concessione parcheggi di piazza Europa. Ma gli amministratori tornarono sulla concessione, consentendo l’apertura, in alcuni locali, di negozi. Tre consiglieri comunali (D’Agata, Beretta, Arcidiacono) ne fecero segnalazione alla Procura della Repubblica. Era l’agosto del 2006.

Ci proponiamo di ricordare al lettore:

  • l’assetto, a quel tempo, dell’Ufficio di Procura;

  • l’identità dei concessionari;

  • le tappe del procedimento;

  • il corso del giudizio, sino alla sentenza.

II

Era Procuratore Aggiunto, da sei anni, il dott. Gennaro, già membro del CSM (1994/1998) e di nuovo Presidente, da marzo, dell’ANM; era Procuratore Aggiunto il dott. D’Agata, che Gennaro aveva strenuamente cercato., nel 1998, di mettere a capo della Procura della Repubblica di Messina, competente, ex art. 11 c.p.p., per i magistrati del Distretto di Catania; era ancora Procuratore della Repubblica il dott. Busacca, nominato nel 1996, mentre Gennaro, membro del CSM, faceva parte di quella Commissione Uffici Direttivi. È noto a molti che nominando Procuratore il dott. Busacca, già dal 1984 Procuratore Aggiunto, il Consiglio aveva disatteso le ragioni, fatte presenti da un magistrato in servizio a Catania, che consigliavano di chiamare a quell’Ufficio un estraneo alla Procura. Infine, l’Ufficio di Procuratore Generale era stato conferito, nel maggio 2006, al dott. Tinebra, col voto compatto e trascintore del forte gruppo UNICOST, di cui faceva parte un magistrato di Catania, eletto col sostegno di Gennaro; Tinebra prese possesso in settembre. Sino al febbraio il posto era stato tenuto, per nove anni, dal dott. Scalzo, nominato durante la consiliatura Gennaro.

Il pensionamento del dott. Busacca, nel novembre di quello stesso 2006, non provocò cambiamenti dell’insieme, né subito, perché la reggenza fu assunta dal dott. D’Agata, né con la copertura del posto, nel 2008, quando l’estraneo all’ambiente catanese, che in Commissione aveva riportato quattro voti su sei, fu sconfitto nel plenum proprio dal reggente, come fortemente voluto dal grosso battaglione UNICOST al quale si unirono il vice Presidente Mancino, il Consigliere Volpi, bertinottiano, e alcuni altri. Pienamente voluta dal gruppo fu la nomina, nel 2007, del nuovo Avvocato Generale, in persona del dott. Scalia.

III

Nei parcheggi, oggetto dell’esposto, avevano interesse sia l’impresa Virlinzi che una società riconducibile al gruppo Ciancio, detentore, in regime di fattuale monopolio, dell’informazione tenti catanese: il quotidiano LA SICILIA, e le più seguite emittenti televisive. Il giornale era da sempre, con le sue più storiche firme, come l’eco sonora delle posizioni e degli interessi del dott. Gennaro. Dell’imprenditore Virlinzi si è poi affermato esser consuocero del magistrato Scalia. Ma la Procura della Repubblica non ebbe esitazioni. In ottobre del 1997 il cantiere era sotto sequestro; il provvedimenti del gip resisté al riesame; l’ordinanza del Tribunale al ricorso per cassazione.

Seguì rinvio a giudizio: imputati di abuso, per il profitto dei concessionari, i pubblici ufficiali che avevano provveduto; imputati di concorso con loro gli amministratori delle società.

IV

La III Sezione del Tribunale di Catania, cui toccò giudicare aveva trattato e definito, tra il 2006 e il 2009, un processo insorto molti anni prima, a carico del capo (Alfio) del clan Laudani e di un Di Giacomo, statone reggente, per falsa intestazione di edifici, costruiti in San Giovanni la Punta a società inalberanti il cognome Rizzo, dell’affiliato Carmelo, o a società come la “Di Stefano costruzioni” delle quali il Rizzo era socio, notoriamente, attraverso la moglie; sotto il nome della “Di Stefano” erano state innalzate ville bifamiliari, lungo la via Montello di quel Comune, su terreno ceduto, da certo Arcidiacono, a titolo di permuta. Possiamo aggiungere che parte, in verità preponderante di una di tali bifamiliari, sorta sul lotto n° 16, fu a suo tempo acquistata (1991) dal dott. Gennaro, allora sostituto Procuratore della Repubblica, e che della metà giusta di un’altra, sul lotto contiguo, si rese acquirente un professionista, cognato di altro sostituto della stessa Procura catanese, già dal 1987 in aspettativa per mandato parlamentare.

Del Rizzo si volle negare, nel ’93 e nel ’94, la situazione di uomo dei Laudani, loro manager e prestanome nella torbida edilizia di San Giovanni, ed inquinatore dell’amministrazione locale, quale lo descriveva, nello stesso 1993, il D.P.R. di scioglimento del Consiglio Comunale: ma nessuno ha mai dubitato, né in quegli anni né dopo che fu spiccato contro di lui ordine di custodia in carcere, per mafia, né dopo che egli fu ucciso per mandato del capo clan, mentre stava per pentirsi: mai si è dubitato che egli fosse socio della “Di Stefano”. Lo presupposero tutti, come cosa incontestabile, nel procedimento per misura di prevenzione (1993); fu proclamato da lui con un dépliant del 1996, illustrativo della sue realizzazioni da imprenditore, sulla copertina del quale figurava le bifamiliari di via Montello; lo affermava nel 2006 davanti al Tribunale di Monza, in processo a carico del giornalista Chiocci, il querelante Di Loreto, dolendosi che quel suo consocio nella “Di Stefano” fosse stato detto mafioso, pur senza essere mai stato condannato come tale: ma il giudice assolse, tenuto conto del significato assunto, nel linguaggio corrente, da quella espressione: più che quindici anni, insomma, di pacifica certezza.

Ci volle l’udienza del 15/06/2006, nel processo a carico del Di Giacomo (e non anche del Laudani, ancora tenuto per non processabile, in quanto infermo di mente), perché un dubbio venisse avanzato dal PM: non bastava, disse il magistrato: non bastava che della società intestataria fosse socia la moglie del Rizzo, per dare certezza che socio ne fosse costui. Il Tribunale lo seguì. Condannò l’imputato per l’intestazione di altri immobili a società “Rizzo”; lo assolse, applicato l’art.530 n°2 c.p.p., per l’intestazione alla “Di Stefano” e ad altra società. La stampa dette grande risalto alle condanne; tacque dell’assoluzione. Non ci fu appello della Procura Generale.

Nel 2009 fu finalmente portato a giudizio il Laudani: stessa Sezione, ma collegio diversamente composto (Presidente, ora, il dott. M.). Il PM di udienza produsse copia della sentenza del 2006, concludendo per l’assoluzione. Il Tribunale ritenne non esserci motivo di discostarsi da quel precedente: ma nel dispositivo non si legge dopo le condanne, alcuna statuizione assolutoria. Non ci fu impugnazione.

V

Il processo per i parcheggi (Presidente il dott. M.) era in corso (ammesse prove proposte dalle parti) quando fu depositata una perizia d’ufficio: non produttivi di profitto, per i concessionari, i provvedimenti pei quali era causa; insussistente, dunque, l’asserito abuso. Il Tribunale ritenne, dato ciò, di revocare le disposizioni ammissive di prove a carico. Potevano i PPMM (dott. Gennaro e altro magistrato) ricusare per questo il Collegio, ex art.37 n°1 lett. b c.p.p.? non lo fecero.

Trascorso da tempo il termine utile per la ricusa, chiesero revoca dei provvedimenti, con i quali il Tribunale aveva revocato l’ammissione di prove. Al rifiuto fecero seguire ricusazione. La Corte d’Appello la dichiarò inammissibile per tardività. I PPMM non impugnarono per cassazione; il provvedimento della Corte era ineccepibile.

Nel concludere, Gennaro chiese condanna degli imputati, senza specificare a quale pena. Non ci pare che l’omissione abbia precedenti, nella nostra storia giudiziaria.

VI

Contro la sentenza, di piena assoluzione , il dott. Gennaro ha proposto appello; con l’appello egli ha chiesto, come apprendiamo dalle cronache, rinnovazione della consulenza o perizia. Ne aveva fatto richiesta, durante il dibattimento? e se no, perché no?   


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