Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Sopra un articolo di La Repubblica

Posted by Giambattista Scidà su domenica 20 febbraio 2011

Sopra un articolo di La Repubblica

 

Il 18 febbraio 2011 l’avvocato Fabio Repici chiese per me rettifica di quanto apparso quello stesso giorno su La Repubblica a mio riguardo. Riporto il testo della richiesta, pubblicato tra le lettere invece che al debito posto, e con omissione delle parti che trascrivo in grassetto

 

Studio legale

Avv. Fabio Repici

Piazza Basicò is. 321 n. 2 98122

MESSINA Tel. e fax 090662923

E-mail: fabiorepici@gmail.com

Partita I.VA 02055110833

Egregio Direttore, scrivo nell’interesse del dr. Giambattista Scidà per chiedere la pubblicazione, ai sensi dellart. 8 1.47/48, della presente rettifica a quanto riportato dalla giornalista Alessandra Ziniti nell’articolo dal titolo “Archiviazione per Lombardo? A Catania scontro in Procura”, pubblicato oggi, 18 febbraio 2011, alla pagina IV delle cronache siciliane. La giornalista Ziniti, già coautrice nella primavera scorsa della pubblicazione delle notizie riservate sull’indagine catanese a carico dell’on. Lombardo (indagine coordinata dal dr. Giuseppe Gennaro), oggi, continuando a occuparsi di quella vicenda giudiziaria e della competizione per il posto di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, è passata direttamente alla volgare diffamazione nei confronti del dr. Scidà. Naturalmente, risponderà presso il giudice penale competente per la consumata diffamazione. Intanto le segnalo, qui di seguito, le mistificazioni, le falsità e le lacune del suddetto articolo:

1. Nel 1987 il dr. Gennaro, PM presso il Tribunale di Catania, raccolse le dichiarazioni di un pentito (in tal modo, almeno, propostosi). Costui riferì che un minore (del quale tuttora il dr. Scidà sconosce il nome) gli aveva confidato di aver ricevuto molestie dall’allora Presidente del Tribunale per i minorenni di Catania (al tempo il dr. Scidà tale era da sei anni e tale sarebbe stato per altri quindici anni ancora, ma già dal 1967 prestava servizio in quella città);

2. La presunta vittima, sentita dal Procuratore Generale di Catania, smentì il “pentito”;

3. L’anomala personalità dell’aspirante collaboratore di giustizia fu dettagliatamente descritta dalla sentenza 8/90 della Corte di assise di Catania (presidente Siscaro), che lo assolse per una strage della quale si era detto responsabile;

4. Gli uffici giudiziari catanesi (e primo fra tutti il dr. Gennaro) omisero di trasmettere le dichiarazioni del “pentito” alla Procura della Repubblica di Messina, che sarebbe stata competente sia per leventuale ipotesi di reato a carico del dr. Scidà sia per la calunnia in suo danno;

5. Certo, fosse stato sentito da diversa Procura, il pentito” avrebbe anche potuto spiegare le ragioni per cui aveva reso in danno del dr. Scidà quelle calunniose dichiarazioni al magistrato di Catania.

In conclusione segnalo – come Lei, Direttore, ben dovrebbe sapere – che la levatura morale e limpegno civile del dr. Scidà sono noti e sono cari a tutta la cittadinanza onesta di Catania, che sa bene come la macchina del fango che SI muove – oggi come decenni fa – contro di lui sia la risposta alla sua onestà, al suo coraggio e alla sua intransigenza, caratteristiche che non lo hanno fatto tacere anche quando le devianze del potere catanese coinvolgevano importanti magistrati. Forse la colpa che oggi la giornalista Ziniti addebita al dr. Scidà è di non aver acquistato casa da mafiosi, di non esserne stato commensale e di non aver a loro rilasciato titoli di credito. Se l’autrice dellarticolo, adempiendo ai suo doveri di verifica delle notizie suggeritegli da qualche parte interessata, avesse interpellato il dr. Scidà, non sarebbe incorsa nell’imbarazzante gaffe. Avrebbe, anzi, appreso i contenuti del documento di 30 pagine dal titolo Per capire il caso Cataniache il dr. Scidà il 14 dicembre scorso ha inviato al Consiglio giudiziario di Catania per illustrare i fatti da cui deriva lincompatibilità fra il dr. Gennaro ed il ruolo cui aspira. Ma evidentemente limpegno di tanti al momento attuale è mirato a spostare lattenzione da quei fatti gravi e sconcertanti. Quando non siano reperibili spiegazioni minimamente decorose – deve aver pensato qualcuno – meglio evitare ogni sforzo. Con le conseguenze, sul decoro dell’immagine della Città di Catania e dei suoi uffici giudiziari, che ognuno vede.

 

L’articolo indica il livello sino al quale si abbassano gli ispiratori, non so se più nel furore per il dissolversi di un sogno protervo, o nella paura del confronto che ormai non può essere eluso, con il tema della compatibilità di certe presenze a Catania con l’ambiente locale, o per un disperato bisogno di diversione, o la rabbia accecante contro un vecchio che nulla è mai valso a piegare a vile silenzio sullo scempio della sua città e della Giustizia. Fa una pena profonda che un quotidiano come La Repubblica si sia lasciato coinvolgere nel “sicariato giornalistico” di cui scrivevo tempo addietro al Capo dello Stato, a proposito dei mezzi di cui si avvalgono certi interessi catanesi.

Come farà chiaro un altro mio scritto, nessuno degli attacchi che mi sono stati mossi, a partire dall’83, ha mai prodotto altro effetto che quello di guadagnarmi la stima degli uomini cui toccò occuparsene, nel Consiglio Superiore, quell’anno e durante la consiliatura ’86-’90, e una corale commovente protesta di apprezzamento e di affetto (dei giudici minorili italiani, riuniti a congresso; di tutti i settori della Commissione Antimafia; della società catanese: colleghi, associazioni e singoli cittadini; e della stampa, non solo isolana) quando ad assalirmi, nel quadriennio 1998-2002, fu proprio una commissione del CSM. La nemesi scese puntuale, con le rivelazioni Arcidiacono, sul ritorno all’aggressione, nel marzo 2001, della maggioranza di quel ristretto consesso e della maggioranza del plenum. Tra i grandi beni che debbo a quei fatti è il consenso subito manifestatomi dall’avv. Repici.

Come già allora scrivevo, nessuno e niente mi distoglieranno dal fare, sinché la vita mi duri, ciò che ritengo doveroso.

 

 

Giambattista Scidà

 

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