Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Lettera aperta all’on. Forgione (30/03/2007)

Posted by Giambattista Scidà su venerdì 14 gennaio 2011

Lettera aperta di Giambattista Scidà, catanese, al Presidente della Commissione Antimafia, on. Forgione.

Mi rivolgo a Lei, che presiede la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mafia, per esporLe ancora ciò che con ripetute comunicazioni non pubbliche Le ho segnalato come cosa inconfutabilmente necessaria: che Ella provochi sospensione di certo provvedimento dell’Ufficio di Presidenza, e sollecito accesso della Commissione a Catania.

I fatti locali Le sono presenti: quelli, in particolare, successivi alla uccisione di Carmelo Rizzo, imprenditore di San Giovanni La Punta da lungo tempo affiliato ad una temibile cosca. Costui venne ucciso in febbraio del ’97, per mandato del vertice di quel clan, perché non potesse pentirsi, come si riteneva che stesse per fare. Quali cose avrebbe rivelato il Rizzo? lui che di molte, e di grande rilievo, era certo a conoscenza (composizione della squadra; omicidi; riciclaggi; connessioni con imprenditori e pubblici funzionari; favori fatti dal clan a chi non doveva accettarne, e favori venuti, al clan, da persone che non avrebbero dovuto farne a nessuno)?

Certo è che dopo averlo fatto uccidere, il mandante fu più forte di prima, nei confronti delle persone che Rizzo avrebbe potuto coinvolgere: sapeva tutto ciò che Rizzo sapeva, e poteva asserire, in aggiunta, al fine di perdere quanti, in posizione socialmente qualificata, lo frustrassero nelle sue attese di compiacenze e di benefici, di averlo fatto uccidere proprio per loro, per salvarli dalle sue propalazioni. La loro rovina sarebbe stata, in tal caso, intera: corrispondessero o no, quelle vendicative asserzioni, a verità.

Dieci anni sono trascorsi da quel delitto, e in dieci anni la Procura della Repubblica di Catania, sempre in mano alle stesse persone, non ha fatto, contro il mandante, sinchè non costrettavi da ineludibili circostanze, ciò che la legge le imponeva, di volta in volta, di fare; ed ha fatto molto, con vantaggio di lui, in via di disobbedienza alla legge. Ha cercato di evitare che procedimenti insorgessero, a suo carico, e quando non ha più potuto scongiurarne l’insorgere, ha preso a traversarne il corso. Mi limito ad evocare, come saltando di cima in cima, i comportamenti di maggiore rilievo, quasi tutti posti in essere da uno stesso gruppo di Sostituti (una triade, ridottasi a diade dopo il 2000, per passaggio di uno dei membri ad altro settore giudiziario) e dal Procuratore Capo, andato in pensione recentemente.

La notizia del delitto Rizzo venne mandata in archivio dopo più di un anno, senza che nessuna indagine fosse stata iniziata; e a chiederlo fu un candido Sostituto, ignaro di affari mafiosi, al quale era stata lasciata in mano, e al quale non furono comunicate propalazioni che sarebbero bastate a dissuaderlo dal porre termine alla pendenza. Avvenne poi che altre dichiarazioni di pentiti, i quali accusavano il mandante di altri omicidi, e accusavano di collusione con lui un ricchissimo operatore economico, particolarmente attivo nella sua San Giovanni La Punta, fossero tenute da canto, per anni, senza séguito; che se ne rifiutasse comunicazione, con protervo ed invitto silenzio, al magistrato (estraneo alla triade) che nel 2000 la richiedeva, legittimamente e con insistenza; e che infine si tentasse di provocarne archiviazione, per fortuna rifiutata dal Gip. Intanto erano state stroncate, pretestuosamente, indagini intraprese dai C.C., previa autorizzazione, in ordine a riciclaggio di capitali di esso mandante, ad opera del suaccennato opulento imprenditore. Trascurate furono altre dichiarazioni di collaboratori, uno dei quali, esecutore confesso dell’omicidio Rizzo, chiamava in correità quell’intoccabile boss: sino a quando il pericolo che la Procura Generale, avocato altro affare, avocasse per connessione anche quello, non ebbe resa necessaria la messa in moto di un procedimento. È difficile trovare aggettivi per ciò che venne osato, subito dopo. Alla Procura Generale, impegnata in procedimento per mafia, a carico del cennato imprenditore, che era stato in rapporti col Rizzo: alla Procura Generale che perciò domandava in visione il fascicolo dell’omicidio: a quel superiore Ufficio, certamente in diritto di esaminare gli atti, fu opposto rifiuto: per esigenze, si disse, di segretezza delle indagini.

Ci fu poi recesso, ma non sappiamo quali carte vennero allora comunicate, e se tutte, Dubbi al riguardo derivano anche dal fatto che il procedimento aveva carattere di alterità   e novità rispetto a quello che era stato chiuso con archiviazione. Chi non ha accesso ai fascicoli non può né superare la incertezza né verificare l’ordine nel quale sono qui collocati gli eventi –  avvio del procedimento; richiesta della Procura Generale; diniego – piuttosto che in altro: richiesta; pretestuoso rifiuto; messa in movimento degli atti.

Ciò che fu fatto e ciò che fu pretermesso, relativamente all’omicidio Rizzo, pare conforme ad un graduato disegno: lasciar tutto nel buio (omettendo, per questo fine, indagini e provocando archiviazioni); non dar séguito, sino a quando possibile, ad informazioni pervenute dall’esterno, a dispetto di quella inerzia; impedire che la Procura Generale vedesse le carte, a costo di opporle, per impedirglielo, i cennati stupefacenti motivi; e infine controllare strettamente il corso del processo, anche in dibattimento, evitando approfondimenti che concernessero magistrati (il magistrato, al quale il Rizzo si vantava di aver venduto una villetta; il giudice di Roma che egli malediceva, per aver preteso, in cambio di soffiate, in ordine a provvedimenti de libertate, centinaia di milioni di lire), o relativi alla “Società Di Stefano”, sotto il cui nome il Rizzo aveva fabbricato, appunto, villette, e per la quale si era ricevuti acconti, qualificandosene amministratore. Un siffatto, serrato governo della vicenda processuale, da parte degli stessi magistrati, lungamente prodigatisi nei massicci deplorevoli precedenti, era nell’aria già all’inizio del 2002, se qualcuno sentì il bisogno di deprecarlo, nel giorno di inaugurazione di quell’anno giudiziario: “Ci aspettiamo – fu allora detto, con riferimento alla soppressione di Rizzo – “uno sforzo intransigente di recupero della verità; e una Giustizia senza riguardi, fatta da mani che non tremano: per la salute della Catania di oggi e della Catania di domani, e non di essa soltanto…”

L’uomo, sulla tragica fine del quale non furon fatte indagini, in tutto l’anno che la seguì, era molto più che un comune compartecipe di una comune associazione mafiosa. Era, nel sistema di potere costituitosi in San Giovanni La Punta, un personaggio di rilievo. Nella G.U. del ’93 si diceva di lui diffusamente, in motivazione del decreto di scioglimento, per mafia, di quell’Amministrazione Comunale. In quello stesso tempo, il Questore ne aveva proposto sottoposizione a misure: e proprio nello sfuggire a quella richiesta il personaggio aveva dato prova di poter contare sopra avanzate connessioni, anche nell’ambiente giudiziario: non erano in fascicolo, quando la Corte d’Appello si pronunciò, documenti decisivi, pur tempestivamente inviati dalla Questura a certissima prova di una già antica immedesimazione di lui con il clan locale. Omettendo dunque tutte le indagini sull’omicidio che le circostanze imponevano (perquisizioni, sequestri di carte, accertamenti bancari, accertamenti sulle società, intestate a lui, ma paravento del capo del clan, come era ritenuta la “Società Di Stefano Costruzioni” di tre soli soci, uno dei quali la moglie di esso Rizzo), la Giustizia si negava l’acquisizione di un sapere complessivo, avente ad oggetto, oltre che l’identità del mandante, tutto l’universo mafioso di San Giovanni La Punta. Il venire in luce, di anello in anello, delle concatenazioni proprie della realtà locale, avrebbe potuto render visibile legami tra malavita ed imprese, e persino l’acquisto di casa, fatto da quel tale magistrato, e forse anche la circostanza, fra tutte incresciosa che in tempo non lontano dall’acquisto, per atto notarile definitivo, e ancor meno lontano dal preliminare, egli aveva atteso come P.M. ad un processo a carico di stretti congiunti (il padre e un fratello) del ripetuto capo mafia. Ma sviluppi del genere la chiusura del caso, senza alcun principio di indagine, esorcizzava per intanto, e rendeva improbabili per l’avvenire, esponendo a dispersione le prove.

Non meno severo dovrebbe essere il giudizio sul processo che infine fu reso inevitabile dall’irrompere di prove non cercate. Se l’archiviazione del ‘94 prevenne l’affiorare di relazioni tra magistrati e ambienti mafiosi, nulla fu introdotto nel processo, di parecchi anni dopo, degli elementi che in materia erano frattanto emersi, anche clamorosamente. Era esploso, nel dicembre del 2000, il “caso Catania”, con al centro dello scandalo l’affare della villetta; si sapeva ormai, oltre che dell’acquisto, del modo tenuto dall’acquirente nel discolparsene, dando a credere al CSM – mediante produzione di un atto mendace – di aver comprato non già da mafiosi ma da persona non sospetta; ed era noto lo smascheramento che di quell’inganno avevan fatto i C.C., riferendo le dichiarazioni, conformi al vero, dell’apparente venditore. Il dibattimento era un terreno minato, indipendentemente dal fatto che esso si svolgesse solo nei confronti dei concorrenti, e non anche del capo mafia, asseritamente infermo; ma la gestione ne fu avveduta.

Si sa quale fosse, in tutto quel tempo, la posizione, all’interno dell’Ufficio requirente, del magistrato compratore; e quale la composizione del gruppo di magistrati, che condusse le indagini, e da chi fu sostenuta l’accusa.

Si legge in sentenza una peregrina “assoluzione” del PM dall’addebito, che nessuno aveva formulato, di inerzia nella fase delle indagini. “Non petita”, essa rivela, senza poterlo soddisfare, il bisogno di giustificazione nel quale versava e versa, senza rimedio, la Procura della Repubblica.

 

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Ho accennato, illustre Onorevole, agli espedienti cui si fece ricorso, quando più non si poté evitare che a carico del mandante altri procedimenti e processi insorgessero, per bloccarne lo svolgimento. Una strenua, molteplice, indefessa attività è stata svolta, mille volte superando, per zelo, la stessa difesa, perché il boss, simulatore flagrante per coloro che lo osservavano giorno e notte, nel centro clinico di Parma, venisse detto incapace di partecipare coscientemente alle udienze. In un caso (un caso speciale, in verità, per i privati interessi che vi erano indirettamente coinvolti) tutti i limiti furono varcati. Perché il Gip non potesse tenere l’udienza preliminare che aveva fissata, il Procuratore Capo chiese al Presidente di quell’Ufficio di impedirla, negando autorizzazione alla “inutile” trasferta, e per indurlo ad impedirla prospettò che in caso contrario avrebbe scelto, lui, tra il renderla impossibile, ordinando al Sostituto suo di non parteciparvi, e il denunciare la spesa, come non giustificata, alla magistratura contabile. E’ nota – per la pubblicazione fattane da un quotidiano – la risposta del Presidente: “Egregio Procuratore, mi meraviglia quantomeno la richiesta di revoca dell’udienza preliminare e della trasferta, situazione mai verificatasi nella mia ultraquarantennale esperienza di giudice penale, avanzata da una parte processuale prima dell’udienza e diretta a coartare la volontà del libero giudice (…). Non intendo, pertanto, disporre alcuna revoca” della trasferta e delle udienze “disposte dai giudicanti che hanno speso la loro vita per l’accertamento della verità, sempre con sprezzo del pericolo, al solo scopo di definire i procedimenti penali e di rendere giustizia, senza nulla temere né dalle parti processuali né da altra magistratura. In caso di intervento, su sua richiesta, della magistratura erariale, pur di assicurare il giusto corso della Giustizia penale, correrò anche il rischio, senza alcuna preoccupazione, di avere addebitato l’importo della trasferta, che (…) dedurrò in tempi spero non brevi, dalla somma di denaro che dovrò lasciare in eredità.”

Si trattava, ho detto, di un caso speciale. Al capo del clan si era dovuto contestare, per conseguenza di propalazioni di pentiti e di un rapporto della G.d.F., il reato di falsa intestazione di beni suoi (edifici di nuova costruzione) a società portanti il nome del Rizzo, o alla “Società Di Stefano”. Tra quei beni sarebbe dunque potuta rientrare anche la villa acquistata dal magistrato (la finzione che a vendergliela fosse stato un tale Arcidiacono, invece che detta “Di Stefano”, era infatti irrimediabilmente caduta, come accennato, già nel 2001). Il rumore del processo avrebbe nuociuto, di per sé, a parecchi acquirenti; la condanna avrebbe potuto importare confisca degli immobili. Maggiore che il danno economico, di pur grande rilevanza, sarebbe stato il pregiudizio morale: grave per tutti, catastrofico per qualcuno. Da temere erano anche, per il caso di condanna, le reazioni dell’imputato.

 

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Nel quadro gremito dalle gesta, riguardanti la mafia di San Giovanni La Punta, hanno trovato posto altre mafie. Secondo il quotidiano “La Stampa” del 25/10/2006, la Procura utilizza, per intercettazioni, un’azienda di soggetti nei confronti dei quali sono state fatte iscrizioni, nella stessa Catania o a Caltanissetta, per ipotesi di concorso in famigerata strage di mafia. L’articolo Le è ben noto; ed Ella se ne è tanto allarmata da rivolgere, quale deputato, prima della sua elezione a Presidente della Commissione Antimafia, interrogazione al Ministro. Anche in questa vicenda entra, per qualche verso, taluno dei Sostituti della triade, occupatasi nel modo che ho detto della mafia di San Giovanni.

 

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Questa la situazione della Giustizia inquirente, a Catania – senza eguali, crediamo, in nessun’altra parte del Paese – quando all’Ufficio di Presidenza dell’Antimafia è stata richiesta, da componenti della Commissione, la nomina a consulente dell’organo di un magistrato in servizio a Catania; di un magistrato della Procura della Repubblica: del Sostituto Procuratore al quale dovrebbero esser chieste spiegazioni (a lui e ad altri, ma a lui forse più che ad altri) in ordine a ciò che è stato fatto in Procura, o a ciò che è stato omesso o ritardato, con vantaggio di quella cosca, nel corso di un decennio, in offesa al normale funzionamento dell’Ufficio.

Purtroppo, il fatto è stato seguito da altro, più sorprendente, dell’Ufficio di Presidenza: che oltre ad accogliere la segnalazione, sùbito procedendo alla nomina (il che potrebbe esser messo a carico di un’ancora inadeguata conoscenza dei fatti) la nomina stessa ha tenuto ferma, senza neanche sospenderla, pur dopo essere stato informato di tutto con varie comunicazioni, tra le quali una circostanziata memoria. Secondo ogni apparenza, l’Ufficio tiene a che il CSM, richiesto di collocare fuori ruolo l’interessato, abbia il tempo di annuire, come di prassi; e il fatto compiuto travolga i tentativi, diretti a scongiurarne il compimento.

Nessuno può impedire che la S.V. e gli altri membri dell’Ufficio mandino ad effetto, così, la presa deliberazione; ma nessuno può pretendere che le circostanze, ad onta delle quali viene intransigentemente perseguita la scelta, e le conseguenze che essa non può mancar di produrre, restino in ombra. L’interesse pubblico vuole che di esse si dia conoscenza; vuole che il silenzio protervo dei media, intorno alla vita giudiziaria di Catania, venga rotto dai cittadini che, come me, sono al corrente dei fatti. Tento perciò un elenco delle conseguenze, più rilevanti.

L’atto introduce all’interno della Commissione interessi non compatibili con l’interesse pubblico all’accertamento dei fatti. Pone l’organo nella condizione di non poterli constatare e riferire, senza attirarsi rimprovero di estrema imprudenza, per quanto viene ora voluto. Ma già prima, non appena uscita dal riserbo che la circonda, la scelta di adesso avrà pregiudicato l’immagine della Commissione. In quest’ultima, la coscienza pubblica sarà tentata di vedere un organo che tiene a concludere, e in modo inatteso, ancor prima di aver cominciato a cercare; che si avventura in avalli anticipati; che invece di impegnarsi nell’accertamento dei fatti, tenendo seduta a Catania, ne rende difficile, a sé stesso, la libera ricognizione. La nomina inibirà gli apporti che, senza di essa, molti darebbero, con fiducia; ma sarà a tutti difficile, dopo, prestare collaborazioni che essa fa credere non gradite, e sfidare, per prestarle, sia la mafia che i magistrati, storicamente in possesso del potente apparato repressivo locale. Si tratta, infatti, di un gruppo compatto, cementato dalla diuturna milizia di corrente e dalle frequenti congiunture elettorali, che è in sella da lunghissimo tempo: se il Procuratore della Repubblica (tale per 10 anni, e Procuratore Aggiunto, prima, per altri 10) è stato collocato in pensione, tutti e cinque gli Aggiunti han trascorso tra Pretura e Procura, o solo in quest’ultima, un quarto di secolo. Nelle condizioni che la Commissione ora crea, nessuno oserà provocare quel poderoso insieme, offendendone, senza alcuna speranza di ottener cambiamenti, il carismatico leader. Un tale Calì (stato a suo tempo collaboratore del Rizzo), che davanti ad un Tribunale in udienza, in Catania, diceva di saper tutto in ordine agli acquisti di case, fatti da magistrati e politici, da potere del suo principale, con isconti di centinaia di milioni, ha preferito, davanti al PM di Messina, tacere, avvalendosi dell’art.210 c.p.p.: “Sono potenti – ha spiegato, in sostanza – ed io son troppo piccolo…”. Chi oserebbe parlare, da ora in poi, in una situazione resa tanto più difficile, per tutti i “piccoli”, dalla stessa Commissione Antimafia? dall’aver questa voluto per suo consulente proprio un magistrato della Procura, proprio uno di coloro che dell’Ufficio hanno determinato la rotta, negli affari riguardanti la mafia di San Giovanni La Punta? Se Catania è un “vaso di Pandora”, il provvedimento, di cui non si ritiene di sospendere il corso, graverà sul suo coperchio come un gran masso: di per sé, senza che i magistrati interessati, o altri, abbiano da far qualcosa per tenerlo fermo.

Tutte le conseguenze anzidette Le sono state rassegnate, illustre Presidente, con un fax del 10 febbraio, con una diffusa memoria dello stesso mese, e con altri scritti. Ma l’Ufficio di Presidenza fa palese, evitando di prender provvedimenti, di fortissimamente volere, sebbene al corrente dei fatti, quanto voluto prima di averne ricevuto denuncia. Non sembra che del problema, grave, sia stata informata la Commissione; non sembra che un’adunanza plenaria abbia offerto a ciascuno dei componenti la possibilità di discuterne, in tempo, con tutti gli altri.

 

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Riaffermo la convinzione, sinora non confutata, e nemmeno contraddetta, che per il raggiungimento dei fini assegnati a codesta onorevole Commissione, è necessario che essa, sospeso il provvedimento in parola, apra inchiesta su Catania. Grandi sforzi e possenti saranno qui compiuti per scongiurarla (come fu fatto, con pieno successo, per tutta la durata della XIV Legislatura) o per il fine di renderla inoffensiva, e persino giovevole, mediante schivamento di tutte le audizioni pericolose, in favore di altre, che inneggino alla locale Giustizia inquirente (non mancano, tra i politici catanesi, panegiristi puntuali, in servizio da lustri e lustri). Per dissuadere dall’accesso si metterà avanti, prevedo, che tutto è stato chiarito a Messina, dall’archiviazione di certi atti. La sfrontatezza sarebbe in tal caso oscena. Gli Uffici di Messina non si sono mai occupati di ciò che è stato fatto, nella Procura di Catania, con vantaggio della mafia di San Giovanni La Punta in dieci anni, dal giorno dell’omicidio al giorno di ieri. Il nome del capomafia non ricorre, in quei documenti, nemmeno una volta.

Una moltitudine di cittadini si aspetta che inchiesta ci sia, e che si svolga come l’onore del Parlamento prescrive. Essa è di estrema impellenza. Solo la Commissione può ricomporre il quadro di San Giovanni La Punta, frantumato, in sede giudiziaria, in tanti disiecta membra (il processo, per concorso in associazione mafiosa, a carico del più volte accennato imprenditore: il quale è condotto, a séguito di avocazione degli atti, dalla Procura Generale; il processo per l’omicidio Rizzo, sospeso, nella parte riguardante il capo del clan, per asserita infermità mentale di lui; il processo per intestazione fittizia di beni, del pari sospeso per la parte riguardante lo stesso soggetto; i procedimenti archiviati); e solo su di essa si può contare perché il silenzio cessi intorno alla mostruosa reciprocità di competenze penali – tra Uffici di Catania e Uffici di Messina – per cui indagini su magistrati della Procura etnea, anche per reati di mafia, o sopra altri, qui in servizio, si sono svolte, a Messina, mentre magistrati di Messina erano sotto procedimento o processo (come tuttora), anche per mafia, a Catania.

Ma il profilo più vistoso, di necessità e di urgenza, si connette al procedimento in corso, di nomina del nuovo Procuratore della Repubblica. Occorre, perché la scelta cada sopra certo aspirante, che codesta Commissione si sottragga agli imperativi della situazione : al dovere, mi permetto di dire, di promuovere, venendo a Catania, l’emersione dei fatti. Nel concetto di chi lavora per questa riuscita, il resto sarebbe fatto dalla leva generale delle solidarietà e dallo scambio tra correnti.

La congiuntura è cruciale. Non si tratta soltanto del destino di un individuo o di un posto direttivo o di un Ufficio (del posto più importante, nel più incisivo degli Uffici). La posta, la vera posta, è Catania. E’ il permanere in vita o la caduta del “regime materiale” della città. Quale ordinamento dovrà aver vigore, in questi luoghi: quello ufficiale, o l’altro, sinora vivo nella realtà, al cui montaggio, con varietà di mezzi, dai più sottili ai più drastici e persino violenti, hanno lavorato i decenni? Questa, signor Presidente della Commissione Antimafia, è la questione che si pretende venga risolta, giusto dalla Commissione, nel senso più contrario alla sua natura e funzione.

 

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Se poi nulla, di ciò che affermo necessario, all’unisono con catanesi senza numero, Le paia realmente tale, allora accetti, Onorevole Presidente, una pubblica discussione sul tema Catania. Al dibattito che così Le propongo, verrebbe invitato un rappresentante, in campo nazionale, dello schieramento politico dal quale è venuta la segnalazione. Se essa è stata fatta in nome de “L’Ulivo”, destinataria dell’invito sarebbe, fin troppo ovviamente, la senatrice Anna Finocchiaro, catanese, magistrato, stata in servizio come tale, prima dei fatti, proprio presso la Procura Repubblica di Catania, e parlamentare già per venti anni, sempre eletta in queste circoscrizioni, e in vari tempi ministra, o Presidente della Commissione Giustizia della Camera, o incaricata del suo partito per il settore giudiziario. E chi, meglio di don Luigi Ciotti, potrebbe fare da moderatore?

Non voglio, a questo punto, né ignorare la domanda che potrà venirle alle labbra – chi sia mai, io che Le scrivo, per pretendere tanto – né sottrarmi alla risposta. Sono, illustre Onorevole, quasi nessuno (dove lo stesso “quasi” forse riflette, evitando l’assolutezza della negazione, l’amor di sé che sempre è in ognuno). Sono solo un italiano di Catania, di già 77 anni, che nessun ruolo pubblico riveste, cessato da cinque il suo servizio di magistrato; sono un senza-partito; un estraneo a tutte le logge; uno del quale potrebbe presumersi inutile l’ascolto, non fosse per il silenzio che su cose essenziali, concernenti Catania e la sua Giustizia, e il dramma di entrambe, tenacemente han serbato e serbano, per indifferenza o viltà o calcolo o gusto di complicità con i forti, mentre egli ne ha parlato, e parla, i tanti che saprebbero farlo, volendo, infinitamente meglio di lui.

Nessuno di costoro gli fu compagno, nel ’96, quand’egli, Presidente del TM, invocò, motivatamente, la nomina di un Procuratore della Repubblica estraneo all’ambiente (l’immane criminalità minorile e la criminalità adulta, comune e mafiosa, rimandavano come a loro causa comune, alla devianza amministrativa; e questa, egli sosteneva, trovava presupposti e condizioni nelle disfunzioni della Giustizia requirente); nessuno concorse con lui, nel ’98, nel deprecare la consegna, che pareva imminente, della Procura della Repubblica di Messina a magistrati della Procura catanese (competente, la prima, per ogni indagine sopra il Capo della seconda, e i suoi Sostituti); e tutti si sono guardati sia dal proporre all’attenzione del CSM il tema tabù del processo per il grande appalto di Viale Africa, sia dal lacerare il sipario davanti la scena di San Giovanni La Punta. Non essi reclamarono il riarmo della città, che l’allontanamento di troppa parte delle forze dell’ordine aveva ceduto alla malavita; non essi protestarono, in faccia a ministri, contro la mancata cattura del capo della mafia catanese, latitante fatato per dodici anni.

Se il tacere di pubblici ufficiali, di politici, di giornalisti, di intellettuali, non avesse fatto il vuoto attorno alla voce dei pochi che tacere non abbiamo voluto, Catania sarebbe oggi assai diversa da com’è, tristemente: con i suoi primati di frequenza degli arresti di minorenni e di insuccesso della scolarizzazione obbligatoria, e di bassa qualità della vita; con lo scempio delle sue risorse; con la divisione che la sfregia tra parti fortunate e quartieri derelitti; e con i processi economici in corso, di rapidissima moltiplicazione, promossa con atti amministrativi dalla incerta legalità, di già ingenti ricchezze, e di sempre maggiore immiserimento dei poveri: privati, questi ultimi, di servizi buoni e costretti a pagare, per i non buoni che stentatamente ottengono, esosi corrispettivi.

Senza quel corale mutismo, e senza il patto di censura, in ordine alle vicende della magistratura catanese, che sembra vincolare tutta la stampa nazionale,  anche lo stato della Giustizia sarebbe altro. Della discussione che Le propongo mancherebbe, forse la stessa materia: sappiamo tutti quanto tragicamente copiosa.

Che Ella accetti, potrà dunque giovare (gioverà, ne sono convinto) ad impedire di questa trista materia, malignamente feconda, la crescita ulteriore.

Giambattista Scidà

n. a CT 22/01/1930

P.zza S.M. di Gesù 16

Catania

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