Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Per capire il “caso Catania”.

Posted by Giambattista Scidà su venerdì 7 gennaio 2011

Per capire il Caso catania

Si tratta di cose e di uomini di un trentennio compatto, dall’ ’82 ad oggi : concatenati i fatti, e sempre gli stessi, da allora, taluni dei magistrati protagonisti.

L a    s i t u a z i o n e    a l l  ‘  i n i z i o

Si diffidava diffusamente, al principio degli anni ottanta, della Procura della Repubblica : in paradossale diminuzione, per questo, le denunce di reati contro la Pubblica Amministrazione, mentre la frequenza dei fatti andava crescendo. La mafia? Pretendevano di far credere che Catania ne fosse immune, pur mentre la lotta tra i clan insanguinava la città.

Fu dal lato della Giustizia Minorile che venne nell’ ’81 l’allarme. La criminalità, tutta, era in rapido aumento; quello era un anno-svolta; l’avvenire poteva essere tremendo; era necessario far presto : i mesi contavano come anni. Per il riscatto della città, nelle sue parti malate – matrici terribilmente feconde di disadattamento minorile – ci voleva impegno concorde dello Stato e degli Enti Locali : danaro, competenza nel progettare, probità nella gestione. Quella relazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni cadde nel vuoto. Il Prefetto ne sorrise.

Se qualche speranza si poteva nutrire, erano i Pretori ad ispirarla : uomini nuovi (Gennaro, D’Angelo e altri) dai quali non pochi cittadini si aspettavano progressivo rinnovamento della Giustizia. Ma i fatti  delusero, amaramente.

 

 

Indice

I Fatti

Cap. I    Da via Crispi (l’appalto per una

nuova sede della Pretura) a viale

Africa (il processo per l’appalto

del Centro Fieristico Le Ciminiere)

Cap. II   Nel “teatro” di S.Giovanni la Punta

Cap. III  Intermezzo romano (1994-1998)

Cap. IV   Il sangue di Rizzo (1997)

Cap. V    Volontà di non sapere e rivincita

della verità non cercata

Cap. VI   L’affare Scuto

Cap. VII  Audizione del magistrato Scidà in

Commissione Antimafia (07/12/2000)

Cap. VIII Da quali fatti l’audizione fu

provocata

Cap. IX   Il magistrato Gennaro smentisce

Scidà producendo atto di acquisto

casa in San Giovanni la Punta da

potere di un Cav. Arcidiacono e

chiede tutela

Cap. X    Il CSM interviene a tutela di

Gennaro, e contro Scidà e Marino

(20/03/2001), senza voler sentire

né l’uno né l’altro

Cap. XI    Arcidiacono, apparente costruttore

e venditore della casa, rivela ai

CC (primavera 2001) di essersi

prestato ad una finzione

Cap. XII   Il CSM, informato, si rifiuta di

tornare sul voto a tutela

Cap. XIII  Dal carcere di piazza Lanza

perviene al magistrato Scidà (2001)

una lettera, firmata dall’autore :

…la sua vita è in pericolo,

perchè si è messo contro le

persone sbagliate…”.

Comportamenti della Giustizia di

Messina

Cap. XIV   Archiviazione, a Messina, (2004) di

indagini conseguite alle

dichiarazioni di Arcidiacono

Cap. XV    La politica e il caso Catania. I

governi Berlusconi scudo del dott.

Gennaro e della Procura Repubblica

di Catania

Cap. XVI   L’ANM

Cap. XVII  Nomina a Procuratore Capo di

Catania (coi voti e la corrente di

Gennaro, del bertinottiano Volpi e

di Mancino) del dott. D’Agata, già

candidato di Gennaro, nel 1998, a

Procuratore di Messina

Cap. XVIII Procedimento a carico di Laudani

Alfio ed altri per falsa

intestazione alla società Di

Stefano di ville costruite in San

Giovanni la Punta (parte

preponderante di una delle quali

acquistata dal magistrato Gennaro).

Scontro (10/2005)tra il Procuratore

Capo, nominato nel ’96, col voto

del dott. Gennaro, e il Capo

dell’Ufficio GIP. Memorabile

risposta di quest’ultimo alla

pretesa del Procuratore, se

impedisse l’udienza preliminare,

revocando la già data

autorizzazione alla trasferta da

Catania a Parma

Cap. XIX   Il processo a carico di Laudani

Alfio (2009) per l’omicidio Rizzo (1997)

Cap. XX    Il Palazzo e gli altri palazzi

Il Tabù

elenco appendici

Annesso,recante notizie circa l’attività dell’autore,

come Presidente del TPM di Catania

 

Premessa

Si tratta di cose e di uomini di un trentennio compatto, dall’ ’82 ad oggi : concatenati i fatti, e sempre gli stessi, da allora, taluni dei magistrati protagonisti.

L a s i t u a z i o n e a l l ‘ i n i z i o

Si diffidava diffusamente, al principio degli anni ottanta, della Procura della Repubblica : in paradossale diminuzione, per questo, le denunce di reati contro la Pubblica Amministrazione, mentre la frequenza dei fatti andava crescendo. La mafia? Pretendevano di far credere che Catania ne fosse immune, pur mentre la lotta tra i clan insanguinava la città.

Fu dal lato della Giustizia Minorile che venne nell’ ’81 l’allarme. La criminalità, tutta, era in rapido aumento; quello era un anno-svolta; l’avvenire poteva essere tremendo; era necessario far presto : i mesi contavano come anni. Per il riscatto della città, nelle sue parti malate – matrici terribilmente feconde di disadattamento minorile – ci voleva impegno concorde dello Stato e degli Enti Locali : danaro, competenza nel progettare, probità nella gestione. Quella relazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni cadde nel vuoto. Il Prefetto ne sorrise.

Se qualche speranza si poteva nutrire, erano i Pretori ad ispirarla : uomini nuovi (Gennaro, D’Angelo e altri) dai quali non pochi cittadini si aspettavano progressivo rinnovamento della Giustizia. Ma i fatti delusero, amaramente.

I f a t t i

cap. I : da “via Crispi” a “viale Africa”

  1. L’appalto di una nuova sede, proprio per la Pretura, in via Crispi, fu denunciato con clamore come variamente illegale : dal prof. D’Urso, Direttore del Dipartimento Urbanistica dell’Università, da un gruppo di architetti e da molti giornalisti; in Consiglio Comunale ne fu fatta critica serrata : ma nessuno si mosse, né la Procura , né i Pretori. Esortato da un giornale ad agire, Gennaro tacque. L’appaltatore trionfò.

Nella storia della città quell’inerzia fu come una spezzata, come una curva a gomito. Le forze dominanti potevano ora guardare senza preoccupazione alla “magistratura progressista” (l’espressione è nelle cartelline dell’imprenditore Rendo, cadute in sequestro a Roma). Costituì, quell’inerzia, una tappa di cruciale importanza nella costruzione della pax cathinensis, la pace di una comunità senza “eretici”.

Se si fossero impegnati nel contrastare, avrebbero sfidato, nello stesso tempo, le forze politiche ed economiche egemoni e la mafia (inquietante era infatti per la sua composizione la giunta municipale del tempo, proprio dal lato più attivo in quell’affare). All’opposto, l’astenzione da ogni atto di guerra spianava al gruppo e al suo abile proselitismo, la strada del più ampio successo, nella triplice direzione, della conquista di un seggio in CSM, come oggetto di permanente appannaggio, dell’accesso a posti-chiave della Procura della Repubblica e della scalata dell’ANM. Vero è che la caduta di prestigio fu netta; vero è anche che isolati autori di anonimi sfruttarono l’aura di grande tentatrice che avvolgeva l’impresa, per mettere avanti spiegazioni diffamatorie dell’inattività, ma la risonanza di quegli scritti, archiviati all’unanimità dal CSM, fu tra minima e nulla, e presto le vociferazioni maligne parvero tacersi per sempre.

  1. Il Prefetto di Palermo, Dalla Chiesa, autore della fatidica intervista sulla mafia a Catania e sulle collusioni con essa degli imprenditori catanesi (La Repubblica del 10/08/’82), venne ucciso il 3 settembre, 24 giorni dopo.

Durante la solenne inaugurazione del nuovo edificio, in ottobre, il costruttore potè esaltare, tra gli applausi, i meriti dell’imprenditoria catanese. Dall’interno di quel nuovo tempio della Giustizia il disinvolto artefice di callidi affari replicava al caduto servitore della legalità.

A Dalla Chiesa successe, con poteri di Alto Commissario Antimafia, un ex Questore di Catania, che con i grandi imprenditori locali aveva sempre avuto rapporti scorrevoli, improntati a fiducia reciproca.

  1. Il quotidiano diretto da Giuseppe Fava fu chiuso quell’anno stesso; Fava venne ucciso il 5 gennaio dell’ ’84. Aveva raccolto il testimonio caduto di mano al Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, fondando un mensile di battaglia, sul tema Catania, e radunandovi giovani di valore (col figlio di lui, erano Orioles, i Roccuzzo, Gulisano, Gambino; altri come Faillaci, ancora ragazzo, accorreranno dopo).

La mafia assassina fu buona interprete dei grandi interessi in gioco : quel sangue era necessario al sistema.

Il quotidiano La Repubblica accettò di chiudere il proprio ufficio di corrispondenza e di non metter piede nella provincia etnea con la sua cronaca regionale.

  1. Nel clima creato dalla vicenda della nuova Pretura, l’inchiesta del CSM su Catania, provocata dal prof. D’Urso e dal Comandante della GdF, venne facilmente esorcizzata. Poteva mettere in luce inveterate prassi devianti della Procura Repubblica, ma fu ridotta a tenzone attorno alle responsabilità di due persone. La realtà di Catania, ben più vasta e più profonda nel tempo, non ne sarebbe emersa per nulla.
  1. Quando Uffici Giudiziari di Torino, competenti per connessione, procedettero penalmente contro magistrati di Catania (dicembre ’84), la protesta unì l’establishment tradizionale e i “progressisti” : tutti pretesero, rumorosamente, che quell’affare fosse consegnato alla Procura della Repubblica di Messina, ex art. 11 CPP.

Il dissenso fu di pochi. Connessione a parte, Messina era a sua volta soggetta, per lo stesso art. 11, alla competenza di Catania; l’autonomia di ciascuna delle due sedi, rispetto all’altra, non poteva non soffrirne. E a Messina occupava posizione eminente un magistrato catanese, già stato a capo di un importante Ufficio della sua città.

Il processo rimase a Torino, e la paziente decifrazione di un diario in sequestro rivelò che l’autore aveva raccomandato un capomafia a colleghi di altre sedi, recandosi a visitarli nei rispettivi uffici. Era uno squarcio nel sottosuolo della “città senza mafia”.

  1. Scomparso Fava, Catania venne disarmata : meno uomini, meno volanti, meno uomini sulle volanti. La città si trovò ceduta alla malavita, che poteva scorrerla da un capo all’altro, con i traffici e lo spaccio di droga, con le rapine e le estorsioni, con i furti in casa e gli scippi. Impossibile un adeguato controllo del territorio, impossibili investigazioni adeguate; al sicuro i grandi latitanti, Santapaola in testa.

La protesta, pubblica, viene dalla giustizia per i minori : un articolo del Presidente del Tribunale, in settembre dello stesso ’84, su I Siciliani che i ragazzi di Fava tengono in vita; rimostranze al Guardasigilli, a Catania, in presenza e nel silenzio dei capi di altri Uffici; un appello, in gennaio dell’ ’85, al Ministro degli Interni, Scalfaro, per il diritto della città alla restituzione dei presidî necessari : Catania non può aspettare assunzioni di agenti e carabinieri, ha bisogno di equità nuova e sollecita nel riparto delle risorse disponibili, o anche la lotta alla droga sarà irrisoria. Non c’è occasione di interventi, in convegni e in altre riunioni, che il magistrato trascuri.

  1. Il quotidiano di Catania, ormai padrone del terreno, può permettersi di sottacere avvenimenti importanti, come l’affollatissimo convegno di Albatros, svoltosi nell’aula del Consiglio Comunale il primo dicembre dell’ ’86. E’ l’associazione di cento catanesi, sorta per una lotta nuova e vera alle tossicodipendenze, che parta dalla lotta all’offerta di droga : lo Stato torni a presidiare Catania; il Comune imposti un’articolata politica giovanile; il Servizio Sanitario Nazionale faccia la sua parte con competenza e decisione. È deplorevole, dice il presidente del sodalizio – e il pubblico fervidamente attento gremisce anche l’atrio, sino alle scale – che un Ospedale spenda 245 milioni l’anno – con l’aggiunta di altri 40, annui del pari, di compenso per l’uso dei mobili e di altre utilità – nella locazione passiva di una villa, nuova sede dei suoi uffici amministrativi, mentre confina in un piccolo garage (pareti rustiche; unica apertura la saracinesca d’ingresso) il Centro Accoglienza Tossicodipendenti.

I lettori del giornale catanese non sapranno nulla di questa intensa giornata cittadina.

Voliamo per un momento da quel tempo all’anno ora in corso, 2010, e a queste ultime settimane. E’ passato da allora un quarto di secolo, e un altro convegno, di rilevanza ancora maggiore, è incorso nella censura de La Sicilia. Si è svolto a Palazzo Biscari, il 28 ottobre, con grande concorso di pubblico, proprio sul tema del ruolo avuto dall’informazione nel cosiddetto “caso Catania”, (il quale è sempre attualissimo, più drammaticamente attuale che mai). Nel sottacere l’evento La Repubblica non è da meno de La Sicilia.

  1. Gennaro e D’Angelo, fattisi trasferire dalla Pretura alla Procura della Repubblica, vi hanno a collega, sino all’ ’87, il Sostituto Anna Finocchiaro. Prima di uscire dall’Ufficio, perchè eletta alla Camera dei Deputati, costei tratta, sino alla richiesta di archiviazione compresa, denunce di quel contratto di locazione.
  1. L’onda della criminalità è montata, come nel presagio angosciato del 1981. Il Presidente del TM e il nuovo Procuratore presso il Tribunale, Cortegiani, ne scrivono nell’ ’87 su Segno, rilevando l’effetto di trascinamento che il delitto dilagante e impunito produce in mezzo a schiere di ragazzi non preparati a resistere.

Nell’ ’88 una relazione del Presidente fa valere i numeri, spietati. La frequenza degli arresti di minori è sconvolgente : 204 in dodici mesi quelli di residenti italiani nel capoluogo (la cifra equivale al 3.46% del totale nazionale, mentre la popolazione non supera lo 0.64%). Gli indiziati di rapina, 58 su 204, costituiscono il 7.67% dei minorenni italiani incorsi in arresto per tale reato, in tutto il Paese. E’ una cifra, questa di 58 arresti per indizio di rapina, alla quale non arrivano, messi insieme, tredici interi Distretti di Corte D’Appello, con i loro 17 milioni di abitanti.

Il documento si sofferma sulla corruzione senza freno, e sul posto che ha la mafia nel sistema locale di potere, ma soprattutto sulla condizione minorile. Il CSM ne resta talmente colpito (lo presiede il prof. Cesare Mirabelli; ne fanno parte, con Fernanda Contri, Maddalena e Caselli, Morozzo della Rocca e Racheli, Ambrosio e Abate) da volere che tutti i capi degli Uffici Giudiziari Minorili lavorino sul tema per una intera giornata, nella sua stessa sede.

Ma Catania non se ne allarma.

  1. Scoppia l’enorme scandalo di viale Africa, per il mega-appalto, a tangenti di miliardi e miliardi di lire, del Centro Fieristico “Le Ciminiere” : enorme anche per il numero e il ruolo delle persone coinvolte. E’ un’immensa soperchieria, anche in danno del Comune di Catania. Il Consiglio rinnovato nell’ ’87 (ne fanno parte uomini come Giusso del Galdo e altri, anche giovanissimi) non consente la variante al PRG necessaria perchè l’opera, voluta dalla Provincia, possa essere realizzata, ma uno stratagemma, nel quale concorrono Uffici Municipali – trattenendo sin quasi all’ultimo giorno utile per il “no” un interpello della Regione – ne vanifica la resistenza.

L’imprenditore, a dispetto di tante evidenze, che fanno una massa, non viene perseguito per nulla. Secondo la Procura (che il Tribunale e la Corte d’Appello non mancheranno di smentire), egli è vittima di concussione. Come tale può riprendersi, se vuole, le ingenti somme distribuite ad amministratori elettivi e a burocrati e a politici; può riprendersele in barba all’Erario, spogliato del suo diritto a confisca.

Molti vedono nel sorprendente trattamento dei fatti una grandiosa sequela dell’affare Pretura. L’appaltatore – invulnerato allora, invulnerabile ora – è lo stesso, e il magistrato che imposta il processo, da solo o con altri più giovani, è uno dei Pretori di quel tempo : è il dott. D’Angelo.

Alla fine, nessuno sarà stato punito : né l’imprenditore (morto durante il giudizio di primo grado), né gli altri : perchè a morte sono venuti anche i reati, per prescrizione.

***

E Gennaro? E’ tempo di riassumerne l’opera tra Catania e San Giovanni la Punta.

cap. II : Nel “teatro” di San Giovanni la Punta

  1. Un processo a carico di molti mafiosi coinvolge Sebastiano Laudani, patriarca dell’omonimo clan (temibile clan, in lotta cruenta con altri per il predominio), ed il figlio Gaetano. La Procura li incrimina per un tentativo di omicidio, ma non per mafia. Per conseguenza non intervengono provvedimenti del genere consueto nei procedimenti ex art. 416 bis CP (ricerche e sequestri di cose e documenti; perquisizioni). Avuto sentore della cattura che comunque li minaccia, i due si danno alla latitanza; passerà un anno prima che vengano presi. Nel definire il processo, anni dopo, la Corte d’Assise (Presid. Curasì) rileverà sobriamente (sent. n.10 del ’92) lo spessore criminale del Sebastiano, quale risulta dai più importanti rapporti : in contrasto (è lasciato al lettore di rilevare) con i limiti della imputazione.

Il magistrato del PM che ha gestito fino al termine l’istruttoria sommaria entra da privato, aspirante all’acquisto di un alloggio, in quel comune di S. Giovanni la Punta, che è regno dei Laudani e del loro storico manager e prestanome nel campo dell’edilizia, Rizzo Carmelo. Una società di due soci (un ingegnere e un geometra) nella quale è entrato il Rizzo, attraverso la moglie, intraprende la costruzione di ville bifamiliari su terreno ceduto in permuta da un Arcidiacono. Il magistrato stipula preliminare di compravendita di parte predominante di una di tali ville: di quella che la società, intestata ad inesistenti “Di Stefano”, prenderà a costruire subito, per prima. Egli è seguito a ruota da un professionista di Catania (il dott. X, in questo scritto) che si assicura la metà giusta di un’altra villa, da costruirsi su lotto contiguo.

Il magistrato è il dott. Gennaro, già Pretore; il dott. X è cognato del magistrato Anna Finocchiaro, deputato dall’ ’87: è fratello di suo marito.

  1. Rizzo non cesserà di menar vanto di quelle vendite, a compratori tanto qualificati il cui nome innalza e qualifica lui. In un lussuoso dèpliant del ’96, che deve esaltarne le realizzazioni di imprenditore, le ville di Gennaro e del dott. X illustrano la copertina.

Dopo la morte di Rizzo (1997), un uomo di lui dirà davanti al Tribunale che lo giudica (è quello di Catania, sezione II, 2002), che dal suo principale (“da noi…” gli piacerà dire) venivano a comprar case magistrati e politici; e di uno degli acquirenti saprà rendere facilissima, pur senza nominarlo, l’identificazione nel Gennaro.

  1. Installatosi nella nuova abitazione, con la famiglia, a metà del ’90, Gennaro stipula atto definitivo (not. Gagliardi) in gennaio del ’91. Nel rogito, si presta a far figura di costruttore e venditore, in luogo della Di Stefano, l’insospettabile Arcidiacono, che nulla ha costruito e niente incassa del prezzo : è solo l’intestatario, ancora per otto giorni soltanto, del suolo ceduto da tempo alla Società.

Il dott. X, che non ha alternative al contrarre con la famigerata Di Stefano, trova prudente astenersene. Stipulerà solo due anni dopo, nel ’93 (atto notarile del 24 maggio), all’esito, favorevole al Rizzo (decreto del 7 stesso mese) di un procedimento per misure di prevenzione, personali e patrimoniali, proposte dal Questore. I giudici non ritengono ci sia prova di connessioni dell’imprenditore con i Laudani; X può comprare tranquillamente dalla Di Stefano, senza timore che l’immagine della Finocchiaro ne sia danneggiato : se è “pulito” Rizzo, pulita è la società.

Ma il cielo si oscura ben presto. C’è appello; è apparso sulla G.U. il DPR 11/3/’93, di scioglimento del Consiglio Comunale di San Giovanni, proprio per l’influenza che su di esso esercita Rizzo. E la Questura spedisce irrefutabili prove delle connessioni negate, che sono antiche e strette. Solo rudi interventi sulla composizione del fascicolo di causa (rimandiamo per questo a MicroMega, marzo 2006, art. di Giustolisi e Travaglio) possono scongiurare riforma del provvedimento di primo grado.

La conferma salva Rizzo, e salva da Rizzo tutti coloro che egli coinvolgerebbe nella propria rovina se dovesse perdere la disponibilità del patrimonio e subire esilio da San Giovanni.

Tutto bene, dunque, per tutti? Si, ma soltanto per un certo tempo. Il peggio deve ancora venire, e verrà per entrambi, per il dott. X e per il dott. Gennaro. Durerà, quel peggio, dall’inizio del nuovo secolo sino al 2009.

Il pericolo cui resteranno esposti, per tanto tempo, ambedue gli interessati; il bisogno di proteggersene, in qualunque modo; e la posizione di uno dei due nella Procura della Repubblica di Catania (ossia nell’organo che per promuovere giustizia dovrebbe attaccarne gli interessi morali e materiali) produrranno sconvolgimeti profondi dell’attività istituzionale.

  1. La villa di Gennaro è difforme dalla concessione edilizia, e non per dettagli come l’ampiezza delle finestre, non dovrebbe esser detta abitabile, né potrebbero esserne effettuati allacci alle reti municipali e dell’Enel. Il magistrato ottiene tutto, e anche attacco senza ritardo alla rete telefonica, per intervento di Rizzo.

Al seguito di quell’alloggio, tutti gli altri, della stessa lottizzazione, vengono costruiti in difformità.

Non è forse deplorevole che un magistrato – del PM per giunta – richieda o accetti illegalità nella costruzione dell’alloggio che deve essere suo, nella circoscrizione stessa del suo Ufficio?

Sanatoria sarà poi concessa a Gennaro, a firma di funzionari del Comune, nel 2000, nel corso di indagini della Procura della Repubblica di Catania, condotte da Sostituti e coordinate da lui, nuovo Procuratore Aggiunto, sul Capo dell’Amministrazione.

  1. L’alloggio di Gennaro, in villa bifamiliare, non è simmetrico all’altro, non è la metà del tutto, è più che la metà. Alloggi simmetrici, in altre ville, sono stati pagati 240 o 250 milioni di lire ciascuno. Quanto ha pagato Gennaro per il suo, che simmetrico non è? Secondo il Calì, già citato, i magistrati e politici ottenevano sconti di centinaia di milioni. Chiamato dal PM di Messina, a seguito di quelle dichiarazioni, Calì non le ha smentite; si è solo avvalso della facoltà di non rispondere, ma aggiungendo parole univocamente significative : se ne asteneva perchè “piccolo così ….”.

Poiché nell’atto notarile di compravendita si legge che Gennaro aveva pagato il prezzo di lire 165 milioni, bisognerebbe concludere che aveva speso, per un alloggio più grande dell’alloggio contiguo, molto di meno di quanto dovuto sborsare da ogni altro acquirente per avere meno : per un immobile appena eguale all’immobile confinante.

Il dott. Gennaro dirà in seguito che nell’atto notarile fu indicata, per motivi fiscali, somma molto inferiore a quella pagata (una frode richiesta dal simulato venditore e consentita, deplorevolmente, dal compratore, che pur ne usciva danneggiato?) ; e dirà che il prezzo effettivamente corrisposto era ammontato a 240 milioni. Lo stesso prezzo, ci sarebbe da chiedere, che per un alloggio simmetrico?, senza compenso, dunque, per il parecchio avuto in più?

Peraltro, lo stesso computo che approda alla somma di 240 milioni ha bisogno, per raggiungerla, di includere spese successive all’acquisto.

cap. III : Intermezzo romano

  1. Nel ’93 il dott. Gennaro volle passare alla Procura Generale; nel ’94 fu eletto al CSM.
  1. Nel ’96, vacante il posto di Procuratore della Repubblica, pervenne al Consiglio (alla sua Commissione Uffici Direttivi, di cui faceva parte Gennaro) un ampiamente motivato appello : si facesse cader la nomina sopra un estraneo all’ambiente – a costo, se necessario, di riaprire i termini per la presentazione di istanze. L’autore denunciava lo scandalo di viale Africa, evocando l’antecedente di via Crispi. Per tutta risposta, la Commissione propose il più “intraneo” degli aspiranti, Procuratore Aggiunto da ben 11 anni. La proposta fu seguita da voto unanime del plenum. L’eletto è stato in carica per un decennio, sino al novembre 2006.

Nessun partito aveva interesse a mutamenti di stile nella gestione dell’Ufficio; il partito dell’on. Finocchiaro, dal quale era stato denunciato l’appalto di viale Africa, era adesso positivamente interessato a che mutamenti non intervenissero, data la pendenza, a carico di suoi uomini, di indagini per estorsione, in danno di un grande imprenditore, costretto, secondo asserito da lui, a cedere per prezzo inadeguato la proprietà del palazzetto di via Carbone, sede della Federazione provinciale PC. Infine, nessuno dei Sostituti si era sentito di rifiutare sottoscrizione all’auspicio che il posto di Procuratore venisse dato alla giunta

  1. Nello stesso ’96 il CSM si trovò investito di altra questione riguardante Catania. Il 9 febbraio di 4 anni prima, due magistrati in servizio a Catania, dove uno di essi dirigeva un importante Ufficio a competenza distrettuale, avevano reso testimonianze di opposto tenore davanti alla VII Sezione del Tribunale di Roma, persistendo nelle rispettive contrastanti dichiarazioni nel corso di un lungo confronto, che in sentenza fu detto drammatico. Uno dei due aveva mentito; uno dei due portava il fatto a conoscenza del CSM, chiedendo accertamenti.

L’esposto venne archiviato, con motivazione dalla grossolanamente evidente fallacia, senza che l’autore fosse stato sentito; e negata gli fu riapertura della pratica, sempre senza sentirlo, pur dopo che egli, avuto accesso al provvedimento di archiviazione, ne ebbe messo in luce l’erroneità.

  1. Nel ’98 – ancora in CSM il dott. Gennaro, anche se non più componente della Commissione Direttivi – fu messo a concorso il posto di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Messina. Era un affare di estrema importanza per Catania, sotto tre profili :
    1. Il Distretto di Messina era territorialmente competente, a’ sensi dell’art. 11 cpp, per tutti i procedimenti riguardanti magistrati in servizio nel Distretto di Catania.
    1. Poteva considerarsi imminente una legge di riforma, abolitiva della perniciosa reciprocità, per cui Messina, competente per Catania, si trovava a sua volta soggetta alla competenza degli uffici di questo Distretto (il Procuratore che indagasse su magistrati della Procura di Catania, poteva essere indagato dal Procuratore di ques’ultima sede). Il bilancio appariva tutto favorevole a Catania. Denunce contro magistrati catanesi, proposte da privati, erano state archiviate; denunce proposte da magistrati erano state seguite da incriminazioni, risultate poi senza giustificazione. La riforma avrebbe dato agli Uffici messinesi l’autonomia di cui non avevano mai potuto godere, e spogliato Catania della possibilità di comprimerla.
    1. Pendeva, a Catania, procedimento per un omicidio di mafia (24/02/1997) per il quale non era stata fatta alcuna indagine, o per il quale era stata chiesta archiviazione degli atti, senza che indagini fossero state compiute. L’affare, di per sè grave in ragione di quelle carenze, andava giudicato gravissimo data l’identità della vittima ed il suo ruolo nella situazione mafiosa di San Giovanni la Punta.
  1. Per quel posto di Procuratore Gennaro aveva sostenuto, senza fortuna, un candidato della sua stessa corrente, a suo tempo eletto al CSM (1990) con i voti di Catania, e che ora, nel ’98, doveva con i suoi voti far succedere a lui, Gennaro, il catanese D’Angelo (già Pretore come Gennaro al tempo della nuova Pretura, e poi dominus, quale Sostituto Proc. Rep. del processo per viale Africa).

Fallito quel disegno, anche per effetto di un esposto tempestivamente giunto da Catania, Gennaro passò a patrocinare la nomina di un catanese, veterano della locale Procura. Una tale nomina avrebbe abolito di fatto l’alterità voluta dal legislatore dell’Ufficio indagante rispetto all’Ufficio di appartenenza dei magistrati indagati.

Il dott. Gennaro esplicò attività proporzionata nel suo fervore alla importanza della posta in gioco, adoprandosi presso la Commissione, di cui non faceva più parte, perchè questa proponesse il dott. Vincenzo D’Agata.

Anche questo tentativo, possente, fallì per l’incontro tra le serene osservazioni critiche, assolutamente esenti da inflessioni personalistiche, pervenute dalla medesima fonte catanese delle precedenti, e l’alta coscienza del magistrato presidente della Commissione.

Sopraggiunse di lì a poco la legge di riforma dell’art. 11, ma non per questo cessò la mutua dipendenza, tra le due sedi, che già tanti mali aveva prodotto. Procedimenti per mafia, a carico di magistrati della Procura di Messina, erano pendenti a Catania quando a Messina ebbero luogo (2001-2004) indagini, anche queste ex art.416 bis cp, a carico di magistrati della Procura di Catania. Pendono ancora a Catania affari del genere.

cap. IV : Il sangue di Rizzo

  1. Di lotta alla mafia, anche di San Giovanni, si occupavano in gruppo tre Sostituti Procuratori, quando un rapporto a carico di mafiosi coinvolse anche Rizzo.

Venuto a conoscenza dell’imminente cattura, questi la eluse e avvertì molti altri imputati (è falso che sia stato arrestato e poi scarcerato dal Tribunale in sede di riesame). Il Tribunale annullò le misure, per lui, latitante, e per parecchi altri, o latitanti o carcerati, ma la Cassazione rimosse (12/02/1997) i provvedimenti del Tribunale; Rizzo, rabbiosamente frustrato, lasciò trasparire che non appena in carcere avrebbe cantato. Lo uccisero prima, il 24 di quel febbraio.

A Catania, nessun crimine ha mai pesato, come ha fatto questo, sulla Giustizia, sovvertendone il corso per moltissimi anni.

  1. Decenni di stretto sodalizio con i Laudani, in un ruolo speciale, implicante contatti e rapporti con pubblici ufficiali e operatori economici, avevano fatto di Rizzo un pericoloso conoscitore di segreti del clan. Il suo pentimento ne avrebbe svelato struttura e connessioni, messo gli inquirenti sulle tracce dei suoi capitali, smascherato referenti non sospetti, gettato nel fango funzionari che favori avessero fatto alla cosca, o favori ne avessero ricevuto. Coi Laudani, ce l’aveva : ne era stato abbandonato, “dopo tutto quello che egli aveva fatto per loro”; e anche imprecava contro un certo bastardo di giudice di Roma, esoso fornitore, per non meno che centinaia di milioni di lire, di soffiate circa imminenze di arresti. Solo i capi del clan sapevano che cosa egli sapesse e potevano fare previsioni circa ciò che avrebbe detto.

L’eliminazione di lui, necessaria al clan, giovava a molti, affrancandoli per sempre dalla sua offensiva, ma nello stesso tempo assoggettava ad un servaggio nuovo e spietato quanti di costoro fossero uomini delle Istituzioni, chiamati come tali a perseguirne l’autore.

Perseguito e convinto, il mandante poteva reagire asserendo d’aver commesso anche per loro il delitto che si voleva punire in lui solo; e già con questo egli li avrebbe sradicati dalla vita civile. E se egli trovava intollerabile il pagare, soltanto lui, per un delitto che era giovato anche a loro, chi poteva proteggerli da altre sue reazioni, anche fisicamente distruttive? La tremenda potenza della quale egli era armato poteva suggerire prudenza oltre che in quella specifica area di inchiesta, nella ricerca dei suoi capitali e nel perseguire i suoi referenti più qualificati.

cap. V : Volontà di non sapere e rivincita della verità

  1. Identificato il cadavere – arso – di Rizzo, le cronache giornalistiche del 29 febbraio dissero tutto : di lui, al corrente di tutti i segreti dei Laudani, dell’infortunio occorsogli in Cassazione, il 12, e della causale dell’omicidio, voluto dal clan per prevenirne l’arresto e le rivelazioni. La Procura (il gruppo Antimafia; il Procuratore Capo; gli altri Sostituti, cui fosse toccata la notizia di reato, prima della identificazione dei resti) dovevano mettersi in caccia della verità, dalla imponente rilevanza per il procedimento in corso (il primo “ficodindia”).
  1. C’erano molte cose da fare : sequestri di libri contabili e corrispondenza, sequestri di beni, indagini e sequestri presso banche, convocazioni di persone che si potessero presumere informate. Non fu fatto nulla, da nessuno; e nel giugno dell’anno dopo, ’98, venne chiesta archiviazione.
  1. Ma di lì a poco la verità, non voluta cercare, irruppe essa in Procura. L’esecutore materiale del delitto rese confessione e chiamò in correità, quali mandanti, il capo clan, Laudani Alfio, ed altri. Era il ’98 o il ’99, ma nessuna iscrizione nel registro degli indagati fu fatta sin oltre il marzo del 2001, sebbene nel 2000 lo staff della Procura si fosse accresciuto di un pezzo forte, col rientro di Gennaro, in veste di Procuratore Aggiunto. Iscrizioni sopraggiunsero solo in aprile del 2001, dopo che la Procura Generale ebbe avocato un altro procedimento per l’omicidio di Atanasio, a carico del Laudani : al che poteva seguire avocazione, per connessione, anche di questo.
  1. Richiesta di comunicazione degli atti ci fu in effetti da parte dei Sostituti assegnatari del procedimento avocato, ma ad essa fu opposto, dal Procuratore Capo, netto rifiuto : le indagini in corso – egli disse – esigevano speciale riservatezza. Il Procuratore Generale si acconciò.

Deve essere di molto improbabile successo la ricerca, in tutta la storia della Magistratura italiana, di precedenti di un tale rifiuto o di una siffatta acquiescenza.

  1. All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002 (12 gennaio) qualcuno riuscì a dire – presente Gennaro; presente, verosimilmente, l’on. Finocchiaro – le parole giuste : a proposito di San Giovanni (luogo nel quale si incontravano tutte le devianze, tutte), e di quell’assassinio col quale erano stati seppelliti ontosi segreti, e a concludere – interrotto con immoderata insistenza dal Presidente della Corte, “per l’ora già tarda” – auspicando che ad occuparsi delle indagini fossero “mani che non tremano”. (Il testo dell’intervento in Città d’Utopia, 2002).
  1. Rinvio a giudizio fu chiesto un anno appresso; ma intanto veniva negata la capacità del Laudani, di partecipare coscientemente alle udienze, e la negazione, fatta propria dalla Procura, caparbiamente, anche contro irresistibili evidenze di simulazione (conclamate dalla CC di Parma, che deteneva l’imputato; conclamate dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna) ha impedito la celebrazione del processo sino al 2009. (Si veda per il seguito il cap. XVIII)

Fine del Capitolo V

c o n t i n u a

con la trattazione

degli argomenti qui di seguito elencati.

Cap. VI

Scuto, residente a San Giovanni, è un grande imprenditore della distribuzione : 49 supermercati, di cui uno in San Giovanni; azienda valutata 1000 miliardi. Frequentato dal Rizzo, sua “staffetta” con i capi del clan, Scuto caldeggia l’elezione di Gennaro a Sindaco di San Giovanni

Per il gruppo Antimafia, per altri Sostituti e per il Procuratore Capo, Scuto è vittima dei Laudani (nel 2000 ultimo tentativo di archiviazione di atti che lo accusano, negati dal gruppo antimafia, per silentium, al Sostituto Marino), ma è sodale del clan per i Carabinieri (un’indagine dei quali, presso banche, per sospetto di riciclaggio di danaro dei Laudani, viene troncata da quel gruppo) e per il Marino (che ne ottiene cattura), nonché per la Procura Generale, che avoca gli atti, e per il Tribunale, che in esito ad otto anni di dibattimento ne pronuncia condanna. La sentenza, impugnata anche dal PM, non è stata ancora depositata. Nel corso del giudizio una proposta di legge (processo breve, senza esclusione dei reati di mafia) è stata presentata al Senato il 19/07/2006, a firma, con altri, della Sen. Finocchiaro. E’ questa una deplorevole disattenzione, da parte di un parlamentare catanese, al quale sia l’esistenza che l’importanza di quel processo è stata recata a mente, pochi mesi prima, da un articolo di Giustolisi e Travaglio, sulla rivista MicroMega.

L’Aggiunto Gennaro che ha “vistato” (fine gennaio 2001) la richiesta di custodia in carcere, sottopostagli dal Sostituto Marino (inconcepibile il rifiuto del “visto”, nel pieno del clamore provocato dai fatti di cui sub. VII e sub. VIII) fa subito apparire sul quotidiano di Palermo (4 febbraio) una sorprendente intervista : gli arresti di imprenditori, per asserita collusione con i mafiosi, possono riuscire di giovamento proprio alla mafia, mentre mettono in pericolo il pane dei lavoratori dipendenti. Solo in fine dell’intervista si fa posto, brevemente, alla ipotesi che la collusione sia provata, per dedurne che in tal caso etc… .

E’ una presa di distanza di cui i giudici del riesame possano tener conto o si tratta di un messaggio?

L’avocazione, del marzo 2001, ha per motivi (e le cronache giornalistiche ne informano il pubblico) l’ i n e r z i a, e la m a l a g e s t i o nella quale è incorsa la Procura della Repubblica. Ma il 15 marzo appaiono sullo stesso quotidiano di Catania, fianco a fianco, interviste del Procuratore Capo e del Procuratore Generale. Il primo difende la richiesta di archiviazione, disattesa dal GIP, critica l’avocazione (in Procura Generale han tempo da perdere), sottace l’addebito di inerzia, come se non fosse mai stato formulato, e spiega il riferimento alla mala gestio col fatto in sé, del contrasto tra la richiesta di archiviazione (formulata dal gruppo o pool antimafia), e quella di cattura, avanzata dal dott. Marino, appartenente allo stesso Ufficio di Procura, e accolta dal GIP. In altri termini, nessun rimprovero di mala gestio sarebbe stato possibile, senza l’iniziativa del Marino.

Il Procuratore Generale si mantiene, sorprendentemente, sulla stessa linea. Sottace anche lui l’inerzia, come motivo dell’avocazione, e spiega allo stesso modo il motivo della mala gestio. I lettori attenti ne sono sbalorditi. Impossibile, infatti, trovare una spiegazione in personali vulnerabilità del magistrato: se i suoi figli, entrambi, erano stati assunti dalla BAE, del Cav. Del Lavoro Graci (uno dei grandi imprenditori attaccati dal Dalla Chiesa, nel tragico ’82, e poi da Giuseppe Fava), le assunzioni erano avvenute in esito a concorso; se i detti suoi figli avevano comprato casa, entrambi, in San Giovanni la Punta, sulla via Montello, di fronte alla casa comprata da Gennaro, a quella lottizzazione era stato sempre estraneo o si era reso estraneo, da tempo, il Rizzo; e se il magistrato aveva deciso come giudice tributario in favore della BAE un certo ricorso la decisione era stata giusta.

Cap.VII

Audizione del magistrato Scidà in Commissione Antimafia (07/12/2000). Per completare l’esposizione egli chiede 60 minuti ancora, che non gli vengono concessi.

Cap.VIII

Da quali fatti l’audizione fu provocata.

Nel ’98, mentre Gennaro esce dal CSM, entra a farne parte il dott. D’Angelo. In dicembre del ’99 Scidà si duole che non lo abbiano voluto sentire né a proposito di “viale Africa” (cap. I n.10 e cap. III n.2 ) né in ordine al processo di Roma (cap. III n.3 ). La prima Commissione viene dissuasa dal chiamarlo e indotta, con mezzi di cui Scidà non deve avere né notizia né sospetto, a perseguirlo, pur nella mancanza di qualunque giusto motivo, per incompatibilità con l’ambiente e con la funzione di Presidente del TM. La proposta di trasferimento deliberata, all’unanimità, il 09/11/2000 prescinde rigorosamente dall’avere egli sollevato quelle tali questioni (su cui si vuole scenda perpetuo silenzio), così come non contiene alcun riferimento a ciò che gli è stato attribuito segretamente. Essa si fonda sopra asserzioni incompatibili con la realtà, o sopra altre invenzioni difatti incompatibili con la realtà, o sopra assunti che onorano il magistrato : di comportamenti doverosi o addirittura meritori. L’infondatezza, assoluta, non preoccupa. Una legge (n. 1/81) rende non perseguibili i componenti del CSM, né penalmente né civilmente, per voti espressi o per opinioni manifestate; e inoltre Scidà è un isolato, ignoto a tutti (non ha rapporti con partiti politici; non ha dalla sua nessuna corrente di magistrati; non confina con logge massoniche), che parlerà invano davanti al plenum. I proponenti hanno sbagliato. Al primo annuncio della proposta (un “lancio” ANSA del 09/11/2000) la rivolta della coscienza pubblica è corale e fragorosa : nel seno della Commissione Antimafia; in mezzo ai giudici minorili italiani, giusto in quei giorni riuniti in congresso; e a Catania, a Messina e a Palermo. Qualcuno chiede perchè, invece di attaccare “una delle personalità più limpide” il CSM non posa gli occhi sui vertici della Procura della Repubblica di Catania; e da qui migliaia e migliaia di cittadini chiedono alla Commissione di convocare l’anziano magistrato. Non è valso a frenare la valanga, che gli stessi autori della proposta si siano gettati su quella loro creatura, a soli 11 giorni dalla deliberazione, per traversarne il cammino verso il plenum e ridomandarla indietro col pretesto fosse necessaria un’ispezione ministeriale : che fu effettuata, e constatò la totale infondatezza degli addebiti.

Sulla dismisura di quel modo di esercizio del potere si abbatteva, puntuale, la nemesi

Cap.IX

Tacciato di aver fatto acquisto di casa da un mafioso (Rizzo), Gennaro si discolpa producendo al CSM, come veridico, l’atto Arcidiacono, mendace, e lo fa giungere, attraverso la Procura Generale, a tutti gli Uffici per i quali, date le circostanze, può presentare interesse.

In marzo 2001, mentre a Messina stanno per essere prese determinazioni (apertura di indagine) sulle dichiarazioni Scidà all’Antimafia, Gennaro chiede al CSM di tutelarlo.

Cap.X

Il CSM interviene a tutela di Gennaro (Presidente dell’ANM), contro Scidà e contro Marino (comparso anche questi davanti all’Antimafia), senza voler sentire né l’uno né l’altro. La deliberazione (processo verbale di seduta plenaria del 20/03/2001) viene adottata a maggioranza, contro strenua opposizione di alcuni dissenzienti (con quel voto a tutela, essi obiettano, il Consiglio si sostituisce agli Uffici Giudiziari competenti, prevenendone gli accertameti; il voto è una sentenza).

Cap. XI

In maggio o giugno dello stesso 2001 Arcidiacono rivela ai Carabinieri di Catania la verità (non è lui il costruttore e venditore; si è prestato ad una finzione, per quell’atto soltanto) e produce la controdichiarazione illo tempore rilasciatagli, a sua richiesta, da Gennaro.

Cap. XII

Il CSM, informato, si rifiuta di agire contro Gennaro, nonostante richiestone da uno dei suoi componenti.

Cap. XIII

Nell’agosto 2001, dal carcere catanese di Piazza Lanza, dove sono ristretti molti mafiosi del clan Laudani, un detenuto ostile alla mafia, che gli ha ucciso un congiunto, avverte per lettera il “Presidente Sciatà” che “la sua vita è in pericolo, perchè si è messo contro le persone sbagliate”. La Procura della Repubblica di Messina omette di compiere le attività del caso. Non chiede immediato trasferimento del mittente in altro istituto; non lo esamina se non dopo settimane dalla denuncia; e al detenuto – che ha subito riconosciuto per sue la lettera e la sottoscrizione, ricollegando il segnalato pericolo alla posizione di Scidà nel “caso Catania” – accolla il peso di dichiarare, lì, entro quelle mura, nell’assedio di quelle tali presenze, delle quali resterà alla mercè, la fonte del suo sapere. Alla risposta – quale ognuno in quelle circostanze darebbe – : non ha avuto altra fonte che il suo stesso animo, il magistrato tralascia ogni indagine, salvo un accertamento risibilmente superfluo sull’autenticità della sottoscrizione, e passa a separare gli atti dal procedimento in corso a carico di Gennaro, per chiederne quindi archiviazione, senza aver sentito Scidà. Il GIP rigetta opposizione dell’offeso.

Cap. XIV

Archiviazione a Messina (2004) della indagine su Gennaro, ex art.416 bis cp che è stata aperta dopo le rivelazioni Arcidiacono.

L’inchiesta ha ignorato la lettera ricevuta dal dott. Scidà (v. cap. XIII) tempestivamente espunta dall’incarto. La richiesta conclusiva del PM (18/07/2003) afferma pagato da Gennaro, il prezzo che gli altri compratori pagavano, ma prescinde dalla consistenza e dal valore, mai adeguatamente indagati, dell’immobile avuto dal magistrato, diversa sotto entrambi i profili da quella che gli altri ottenevano. La richiesta evita altresì ogni contatto con il punto, fra tutti scabroso, dell’uso fatto dall’indagato presso il CSM, e in altre sedi, dell’atto Arcidiacono, nel 2001, mentre riporta gli elaboratissimi conati del dott. Gennaro, intesi a dimostrare che dieci anni prima la simulazione (Arcidiacono costruttore e venditore) non fu diretta a dissimulare la venditrice effettiva (società Di Stefano) ma al risparmio di tempo prezioso, mediante riduzione ad un solo passaggio, dei due che altrimenti sarebbero occorsi (Arcidiacono > Società; Società > Gennaro) ma soprattutto ignora, nel senso che non ne ha mai avuto notizia, il processo (v. cap. II n.1) con due Laudani tra gli imputati, che avrebbe acceso curiosità e suggerito domande.

Il testo della richiesta è tuttavia di grande interesse per le risultanze che riassume : Gennaro che nega di aver mai conosciuto Rizzo (contro la verità ampiamente accertata, ma nell’esercizio, osserva il PM, della facoltà di mentire, spettantegli come indagato). Interessante è quel testo anche per ciò che riporta delle affermazioni di uomini del clan, e di altri, circa il magistrato Gennaro.

Nessuno può negare che l’ANM (lasciando indosso a Gennaro il manto di suo Presidente, pur dopo le dichiarazioni del magistrato Scidà all’antimafia, e pur dopo la clamorosa conferma, venuta ad esse dalle rivelazioni Arcidiacono) ed il CSM (avventurandosi nel voto a tutela di Gennaro, e rifiutandosi di tornare su di esso, dopo quelle rivelazioni) hanno posto la Giustizia di Messina nell’impossibilità di concludere diversamente l’inchiesta, senza trapassare, trapassando quel paludamento, l’onore della magistratura associata e senza distruggere il prestigio dell’organo di autogoverno.

Cap. XV

La politica, destra e sinistra, è tutta per Gennaro e per la Procura. I Governi Berlusconi ne sono lo scudo, come la Commissione Antimafia della XIV Legislatura e la Commissione della XV. Quali gli interessi in gioco.

Per la sinistra, Gennaro, immedesimato con la Finocchiaro, era un campione da quando, il 23 novembre 2000 (la vigilia, si può dire, dell’audizione Scidà in Antimafia), aveva dato, dal podio del congresso veneziano di MD, come Presidente dell’ANM, nel grido di guerra : “Berlusconi non può essere Presidente del Consiglio”.

Per la destra, vincitrice delle elezioni, Gennaro diventava il miglior Presidente dell’ANM, da quando debole ed esposto : per le dichiarazioni di Scidà in Antimafia, e per la tremenda conferma che esse avevano avuto, 4 o 5 mesi dopo, dalle rivelazioni Arcidiacono. Ed era anche, così esposto all’azione del Ministero della Giustizia (accertamenti ispettivi; azioni disciplinari) il miglior leader di fatto della Procura di Catania, città nella quale era a sua volta esposto all’azione di quell’Ufficio, come Sindaco, il medico personale di Berlusconi, Scapagnini. Un’altra ragione, formidabile, di risparmiare Gennaro, condonandogli l’uscita antiberlusconiana di Venezia, era nell’interesse dell’On. Berlusconi a buoni rapporti con l’On. Finocchiaro, terminale, per Arcore, di ogni dialogo con l’opposizione (vedi Giustolisi e Travaglio in MicroMega 3/06).

A capo del Ministero della Giustizia stava il leghista Castelli, Sottosegretario il casiniano Vietti, già relatore in marzo del voto del CSM a tutela di Gennaro.

L’Antimafia della XIV legislatura (presidenza e maggioranza di destra) avrebbe dovuto portare avanti l’inchiesta che la precedente, frenata dal partito della Finocchiaro e dalla sinistra in genere, aveva eluso : le convocazioni del col. dei CC Pinotti, dell’avv. Brancato, al corrente di tutti i fatti di San Giovanni la Punta, e di altri, non erano neanche partite; l’audizione del Sostituto Marino era stata variamente remorata; il tempo residuo, prima dell’ormai scontato scioglimento delle Camere, fu preso dall’ascolto di assertori dell’ineccepibile andamento delle cose, in Procura. Ma la nuova Commissione si rifiutò, dal momento della sua costituzione sino alla fine della legislatura, di occuparsi di Catania. Non volle metter piede nella provincia etnea, mentre accedeva a sette altri capoluoghi; e nessun seguito dette alle segnalazioni ed istanze dalle quali era tempestata la Presidenza.

L’Antimafia della XV (presidenza e maggioranza di sinistra) volle andare, nel coprire Catania, ben oltre i limiti della mera omissione, impegnandosi, sin dal primo momento, positivamente nella messa in sicurezza della Procura e di Gennaro. Essa nominò suo consulente, a tempo pieno, proprio uno dei tre Sostituti del pool antimafia, che avevano trattato, nel modo già descritto (capp. IV – V – VI) l’omicidio Rizzo e gli affari concerneti Scuto. La portata, ingente, di quella determinazione fu contestata al Presidente On. Forgione con una lettera aperta di Giambattista Scidà (disponibile sul blog all’indirizzo www.scida.wordpress.com) il testo è riportato in apposita appendice in questo scritto.

Cap. XVI

L’ANM rielegge Gennaro (2006) suo Presidente. I votanti si aggrappano al debolissimo testo dell’archiviazione (cap. XIV). Dopo avere reso quasi inevitabile l’archiviazione dell’inchiesta messinese, mantenendo Gennaro nella posizione di Presidente del sodalizio, i componenti del CDC mettono a frutto la conclusione dell’inchiesta per conferire di nuovo quell’altissimo incarico allo stesso Gennaro. Peraltro essi valorizzano il decreto del GIP, senza leggere la richiesta del PM, conforme nelle conclusioni, ma infesta all’indagato per quel che riporta delle acquisite informazioni. Votano tutti a favore. La deliberazione è di quelle che o sono unanimi o non possono esserlo. Concorre alla elezione, se non ci inganniamo, un ex membro del CSM (’98 – 2002) partecipe del voto di marzo del 2001 a tutela di Gennaro e informato delle rivelazioni Arcidiacono sopraggiunte pochi mesi dopo.

Cap. XVII

Il posto di Procuratore Capo a Catania è di nuovo a concorso. Il gruppo di Unicost (ben sei componenti, uno dei quali di Catania), il Vicepresidente Mancino, il laico Volpi (eletto in quota bertinottiana) scongiurano la nomina di un estraneo (Di Natale, che la Commissione ha proposto con 4 voti su 6). Viene nominato (2007) il dott. D’Agata (v. cap.3 n.5).

Non accadrà che un occhio di estraneo – tale non soltanto perchè mai stato in servizio nel Distretto di Catania, ma perchè non connesso con l’élite giudiziaria dominante, che in Gennaro ha il suo carismatico capo – si posi su vicende come quelle del processo per falsa intestazione delle ville di San Giovanni la Puta (v. cap. XVIII) ancora pendente per la parte riguardante il Laudani.

Nell’apparenza, la vittoria di Gennaro è di strettissima misura. In realtà è stato come un voto unanime perchè nessuno dei votanti per Di Natale ha osato dire le poche parole – di evocazione del “caso Catania” – che avrebbero impedito agli altri di votare come votarono. Il “caso” era ben noto in Consiglio anche per l’esposizione fattane da un appello per la salute della Giustizia a Catania e per l’onore del CSM” pervenuto nel 2006 al Presidente della Repubblica e dal Presidente rimesso al Consiglio l’11 settembre di quell’anno.

Cap. XVIII

Procedimento a carico di Laudani per falsa intestazione (art.12 quinquies della l. 356/92) delle ville di San Giovanni, una delle quali acquistata da Gennaro ed altra dal cognato della Finocchiaro. Scontro, in ottobre 2005, tra il Procuratore Capo, e il Capo dell’Ufficio GIP. Un giudice avendo fatto cessare la lunga sospensione del procedimento, perchè simulata l’infermità mentale dell’imputato, e altro giudice, succedutogli nella trattazione, avendo fissato Udienza Preliminare (da tenersi in Parma), il Procuratore pretese che il capo di quell’Ufficio la impedisse, revocando l’autorizzazione alla trasferta : o l’avrebbe impedita lui, Capo della Procura, ordinando ai Sostituti di non prendervi parte; in alternativa, avrebbe denunciato alla magistratura contabile la spesa, certamente inutile perchè effettiva la malattia.

Durissima e degna di memoria fu la risposta dello “intimato”, resa nota da un quotidiano : in tanti decenni di attività professionale non aveva mai udito che una parte processuale volesse coartare il libero giudice : un giudice, nel caso, che aveva lungamente rischiato la vita pur di fare giustizia; no, egli non avrebbe revocato nulla : lo denunciasse pure, il Procuratore al magistrato : egli avrebbe dedotto l’importo dell’eventuale condanna da quella destinata agli eredi. L’udienza ebbe luogo, e rinvio fu disposto, in difformità dalla conclusione del PM (uno dei tre del pool); ma il Procuratore interpose elaboratissimo ricorso per cassazione contro l’atto del GIP, di revoca della sospensione del procedimento. L’impugnazione venne dichiarata inammissibile, come scontato

Il processo ebbe luogo nel 2006, ma solo a carico del Di Giacomo. L’imputato fu assolto (III sez., 15 giugno) a richiesta del PM. Che Rizzo, alter ego degli imputati, in altri affari, fosse socio della “Di Stefano” non era provato, per il PM; non lo era a sufficienza, per i giudicanti, dal mero fatto che socio della società fosse “un congiunto” di lui : espressione in verità troppo lata (poteva intendersi un congiunto neanche prossimo; un collaterale sino al sesto grado per il lettore non informato : “il congiunto” era il coniuge, era la moglie convivente). Il Laudani fu tratto a giudizio solo tre anni dopo, nel 2009. Anche lui è stato assolto (III sez., 13 marzo), sempre in conformità di richiesta del PM, che ha prodotto la sentenza del 2006.

Scelte lessicali a parte, il fatto che le due sentenze accettano di opinare non sufficientemente provato (cioè che Rizzo fosse socio della Di Stefano), era conclamato : dalle affermazioni di lui, Rizzo; da una sentenza 23/05/2006 n. 6350/06 reg. sent. del Tribunale di Monza sezione di Desio, e da innumeri altri elementi : Rizzo ci era entrato attraverso la moglie, a proposta del socio Di Loreto; e a causa dell’esserci entrato lui, Rizzo, e del suo spadroneggiare, ne era voluto uscire il socio Finocchiaro. Nel procedimento per misure di prevenzione il fatto che Rizzo fosse socio della Di Stefano era emerso, pacificamente, senza contraddizione.

La stampa ha celato ai lettori le due sentenze; la Procura Generale non ne ha impugnato nessuna, e non ha sollevato questioni di legittima suspicione. Non era questo forse un caso scolasticamente esemplare, dato l’interesse personale del Procuratore Aggiunto, compratore di uno di quegli immobili, alla assoluzione degli imputati? Gli stessi processi, con le richieste del PM, in così radicale contrasto con la realtà rafforzavano l’evidenza della incompatibilità con l’ambiente, per non dire di altri fatti : l’impegno del Procuratore Capo, senza rispetto di argini, nel cercar di traversare il corso della Giustizia, opponendosi all’udienza preliminare; la mancata incriminazione, per concorso nel reato, dei soci della Di Stefano, Di Loreto e la vedova di Rizzo, come se il fatto potesse essere stato commesso senza alcun apporto loro; il mancato sequestro o il dissequestro delle ville.

Cap. XIX

Il processo a carico del Laudani, per l’omicidio Rizzo, è potuto arrivare al dibattimento solo nel 2009, a distanza di 12 anni dal delitto, e ci è arrivato solo grazie alla consulenza collegiale, voluta dalla Procura Generale, nel processo per l’omicidio Atanasio, dalla quale è stato sbaragliato l’assunto di infermità mentale dell’imputato.

La Corte d’Assise ha assolto Laudani : attendibile l’esecutore confesso dell’omicidio, Troina; non provato il mandato ad uccidere, da parte del Laudani.

E’ in corso giudizio d’appello, particolarmente interessante per l’assunto, implicito, se non erriamo, nella decisione impugnata, che l’uccisione di un associato dello spessore di Rizzo possa avvenire per volere di un luogotenente, contro la volontà del capoclan senza un seguito anch’esso tragico. Intanto la difesa ha chiesto ennesima consulenza, risoltasi in conferma della simulazione di malattia.

Cap. XX Il Palazzo e gli altri palazzi

Gennaro è la Procura, sin da prima di rientrarvi come Procuratore Aggiunto : sin dalla sua elezione in CSM. Gennaro e Procura, forti per gli strumenti di cui dispongono nei confronti di amministratori e politici, hanno bisogno, dati i fatti, della politica tutta : hanno bisogno della destra e della sinistra. Ciò importa, nel fatto, che qualunque schieramento sia localmente al potere (nominali peraltro le contrapposizioni, rispetto all’omogeneità delle prassi), l’esposizione a seguiti repressivi scenda a livelli bassissimi. E’ in questo quadro che, con gli abusi impuniti, lo spareggio del bilancio si integra come un dato strutturale alla gestione del Municipio : colmato ogni anno dalla contrazione di mutui, sinchè mutui fu possibile contrarre, e poi occultato, per evitare dichiarazione di dissesto, con manipolazioni del bilancio. La reazione processuale, attualmente in corso, colpisce solo questi espedienti dell’ultima epoca, ma non gli sprechi ed abusi di essa e delle precedenti.

Nel tempo l’adeguatezza dell’azione giudiziaria ha trovato altre condizioni sfavorevoli nella pratica, dalla quale gli Enti non hanno saputo astenersi, del contrarre rapporti di diritto privato con magistrati, anche inquirenti : le locazioni passive insegnano.

Non si può dunque negare che la crisi, permanente, dell’Istituzione Giudiziaria, è stata causa di crisi dell’Amministrazione Municipale, e alla fine della comunità urbana.

I L T A B U ‘

Del caso Catania “non si parla” (non ci si arrischia né a parlare né a scrivere) se non per dire (semmai si sia costretti a nominarlo) che esso è chiuso da tempo, o che non è mai nato. Il “caso Catania” è tabù.

Ad erigerlo in tabù – a tabuizzarlo – hanno lavorato costantemente il CSM e il Ministero della Giustizia, le Commissioni Antimafia di più legislature e l’ANM, l’informazione locale e grandi testate nazionali, inchieste come quella di Report sulla città (muta a proposito del Palazzo di Giustizia) e libri come “La Supercasta” di Livaidotti o come la “Storia della mafia” di Lupo, nonché grandi soggetti della società civile, come Libera, seriamente dediti a prevenire ed a spegnere la risonanza di un franco intervento catanese negli Stati Generali dell’Antimafia; e persino la Giustizia, mandando sotto processo, a querela di magistrati della Procura, giornalisti (Travaglio, Giustolisi, Flores) che abbiano rotto il silenzio : per non dire della proprietà di giornali e gruppi di giornali, col suo pretendere dai giornalisti, autori di ineccepibili articoli, ma querelati e rinviati a giudizio come diffamatori, accettazione di querele.

E adesso, in quest’anno 2010, vacante di nuovo il posto di Procuratore della Repubblica, sui fatti del “caso Catania”, avvolti nel silenzio, viene calato, perchè nessuno ne scorga la massa, un sipario figurato, dalle forti vampe cromatiche, come se ne vedono, in piccolo, sui carretti siciliani : arcangelo antimafia, sul destriero rampante, vi campeggia il magistrato Gennaro, e di fronte a lui, incalzati senza remissione, l’infedele e la turba infinita dei suoi dannati accoliti; ma c’è anche, in toga ed occhiali, emerso dagli inferi, un emissario del maligno, loico e sottile, che infrena la spada ultrice. Senza entrare in una vicenda che è aperta, come tutti sanno, alle ricostruzioni più diverse (si veda Barcellona in La Sicilia del 28/11/’10 pagg. 1 e 31), tiriamo sù, energicamente, sino al soffitto, l’impedimento di quella tenda vivace, perchè si offrano alla percezione e al giudizio, nudi, gli avvenimenti e comportamenti dei tre decenni, durante i quali si è consumato, nell’indifferenza di troppi suoi figli, il sacrificio di una insigne città.

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