Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Ministero della Giustizia (Castelli) — Caso Catania

Posted by Giambattista Scidà su martedì 26 ottobre 2010

Al Sig. Ministro della Giustizia

On. Ing. Roberto Castelli

Segreteria particolare del Ministro

Roma

Sig. Ministro,

ho udito Sue dichiarazioni riguardanti le iniziative disciplinari prese nei confronti di magistrati e la deludente risposta del C.S.M.

Credo che ogni cittadino realmente informato dei fatti sentirebbe di poterle fare giungere le osservazioni, tanto ferme quanto rispettose, che Le vengono con questo scritto da me.

No, Sig. Ministro. Il Ministero non ha preso le iniziative che doveva. Ha agito, in più casi, senza prospettiva di potere ottenere, dati i fatti, seguito di condanna; mentre non ha agito per nulla in altri casi, nei quali la gravità dei comportamenti autorizzava il pronostico più deciso, di condanna e di condanna severa.

È tra questi ultimi il caso di Catania. Mi rendo conto che esso è tutto speciale, anche nel senso della difficoltà politica di agire. Tutti i partiti, tutti, vogliono, com’è notorio (ma non essi soltanto lo vogliono), che il Ministero non si muova, né per accertamenti ispettivi, né con contestazioni disciplinari. Essi anelano a che gli intoccabili restino tali.

In città dall’ingentissimo volume di transazioni amministrative, e nelle quali ogni partito abbia gestito Enti Pubblici, i magistrati inquirenti, che per avventura si trovino a costituire, come qui, un insieme omogeneo e compatto – uno nella volontà e uno nell’agire – possono contare sull’appoggio di tutti, sino a quando non usino nei confronti di nessuno il potere che hanno in mano. Usarlo, in modo serio ed effettivo, vorrebbe dire consumarlo, e suscitarsi intorno nemici, mentre il mantenerlo intatto e pronto all’uso (com’esso si mantiene anche dopo mere archiviazioni, mai preclusive di riapertura di indagini) vuol dire assicurarsi il vantaggio di permanenti generalizzate soggezioni: dei politici e di altri, talvolta più importanti e potenti.

Non voglio entrare, a proposito di questo stallo, e delle sue cause, nel campo ancor più delicato dei rapporti tra maggioranza e opposizione: la prima della quali non può non cercar proprio qui gli ineludibili suoi referenti, in ogni esperimento di composizione di grandi conflitti. Ma il posto che questa pax importa, per la magistratura, per la giustizia, per la comunità, è propriamente incommensurabile, perché di esse tutte pregiudica, ad un tempo, sia il presente che l’avvenire.

A prescindere da tale ultimo punto, situazioni come quella di Catania, così fortemente caratterizzate dal circostante consenso, meriterebbero altrettanto speciale investimento di intransigente energia. È proprio l’unanimità della pretesa, che nulla venga fatto, spia e misura della estensione omnicoinvolgente della devianza giudiziaria locale.

L’aggettivo “locale” esige due precisazioni. Esso non vuol dire, come il Ministero sa, che si tratti di vicende esclusivamente catanesi. C’è un formidabile intreccio di peripezie procedimentali, tra questo Distretto e altri; c’è una spaventosa reciprocità di competenze penali tra Catania, Messina e Reggio Calabria, per cui queste tre circoscrizioni finiscono per non costituire che un campo soltanto, un unico campo, nel quale la giustizia perisce. Lo sanno tutti.

“Locale” non vuol dire nemmeno che si tratti di abnormità lontane, comunque,  da trascendere i limiti dell’area complessiva in parola: dell’Etna, cioè, e delle rive dello Stretto. I fatti avvenuti qui, e la loro mancata repressione (il Ministero non li ha ancora affrontati), si ripercuotono sulla vita dell’intera nazione. Inquinano il centro, e col centro il Paese.

È dolorosissimo, per quanti salutarono con sollievo la nomina di un Ministro leghista – del solo partito, cioè, che non abbia le mani imbrattate di malaffare siciliano – dover constatare come proprio in questi anni magistrati isolani, e catanesi in particolare, han potuto sentirsi onninamente al riparo da sanzioni.

Resistenza suscitano anche, Sig. Ministro, i Suoi riferimenti al C.S.M., in quanto lontani, pur mentre lamentano l’esito di certi procedimenti disciplinari, dal lambire ben più comprovate e più gravi disfunzioni della attività di quell’organo. Sono disfunzioni che non possono lasciare indifferenti né coloro che abbiano un minimo di sentimento del diritto e della giustizia, né il Ministro: in quanto esse hanno per presupposti alquanti difetti della legislazione vigente, ai quali egli è in grado di procurare rimedio, promovendo l’adozione, da parte del Governo, di acconci disegni di riforma.

Vengo ad uno dei punti di maggiore rilievo. Al C.S.M. è dato, ragionevolmente, il potere di disporre trasferimenti di ufficio, per incompatibilità ambientale o funzionale. Ma questo potere è reso intollerabilmente mostruoso dalle seguenti circostanze:

  1. dalla concentrazione nello stesso organo, della iniziativa, della funzione istruttoria e della decisione;
  2. dal fatto che a maneggiarlo sono persone esenti per legge da responsabilità, sia penale che civile, “per i voti espressi e le opinioni manifestate nell’esercizio della funzione”: che è formula nella quale è possibile fare rientrare, al di là della lettera, grande massa di comportamenti;
  3. dallo sgoverno che in concreto si fa di esso potere, sia col prendere a esercitarlo, abusivamente, pur nel difetto di qualunque legittimo motivo, e sia nel rifiuto, invincibile, di farne esercizio, in situazioni che l’esercizio stesso non solo giustificano ma addirittura reclamano;
  4. dalla mancanza, per il magistrato perseguito, di essenziali garanzie: sia nel corso del procedimento sia dopo che esso sia stato concluso in termini a lui sfavorevoli. I componenti del C.S.M. che gli siano nemici, non sono tenuti ad astenersi e non possono essere ricusati. L’interessato non può farsi difendere da un estraneo alla magistratura, che in quanto estraneo non si trovi esposto, come i difensori‑magistrati, al disfavore dell’organo, ove ne critichi, come arbitrari, o l’iniziativa, o il modo di svolgimento delle indagini, o la mancata conclusione di esse con archiviazione. E neanche può, l’interessato, ricorrere per cassazione con effetto immediatamente sospensivo. Proprio a lui, che di garanzie non ha potuto fruire durante la procedura, è negato il rimedio che invece è concesso a chi di garanzie ha fruito, nel corso di procedimento propriamente disciplinare, conclusosi con sua condanna.

Sono note alcune delle tracotanze (la parola resta al di sotto del livello dei fatti) cui l’organo si è spinto, o iniziando procedimenti del tutto arbitrari, o rifiutandosi di iniziarne di giusti: ma non consta che il Governo, pur voltosi a disegnare altre riforme dell’organo di autogoverno della magistratura, abbia sfiorato questa gravissima materia.

Mi sembra che i fatti autorizzino un’assai disincantata conclusione. La magistratura non ha avuto dal Ministro della Giustizia il contributo che questi poteva dare al suo buon funzionamento, sia con provvedimenti, in ordine a singoli magistrati, sia con proposte di emenda di particolari istituti giuridici. Contributi del genere la magistratura non ebbe nel passato, e non ha avuto negli ultimi anni.

Apprendo, dopo avere scritto come sin qui, del suo discorso al Congresso di Venezia dell’ANM. “Non ci sono – Ella ha detto – magistrati immuni”. Non si adonti, Sig. Ministro, di ciò che sento di poterle opporre, da cittadino, mettendomi a disposizione per dimostrarne il fondamento: ci sono, Sig. Ministro, ci sono.

Voglia gradire i miei ossequi.

Giambattista Scidà

n. a Ct il 22.1.1930

res. Ct p.zza S. M. di Gesù, 16

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