Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Per il riarmo di Catania

Posted by Giambattista Scidà su venerdì 24 aprile 2009

Recentissime prese di posizione dei Sindacati di Polizia attestano della cronicità di un fatto – la sottodotazione di Catania, in materia di presidi – che della città accompagna la storia: almeno dai primi anni ottanta. Sorvoliamo sul merito di altra critica formulata dai Sindacati, circa l’impiego concreto delle risorse comunque disponibili (ma chi non si domanda quale mai giustificazione possano avere certe scorte!), per concentrarci su questo punto, del relativo disarmo della città.

Nel 1982 un aperto dissenso ci oppose – nel corso di una riunione promossa dal Prefetto – al Procuratore della Repubblica f.f., che della criminalità locale in aumento (come da noi denunciato già l’anno prima, in una relazione al Procuratore Generale) faceva responsabili le leggi, laddove per noi responsabile era l’evidente insufficienza delle risorse, e quindi dell’azione di contrasto. I nostri convincimenti in proposito furono espressi, da allora, in interventi alle cerimonie di apertura dell’anno giudiziario, in articoli di riviste, e in appelli al Ministro degli Interni. Ci limitiamo a citazioni estratte da quest’ultimo documento, del 31/01/1985: “la Questura ha l’organico stesso del 1965, ma non ha più i 300 uomini in soprannumero che ebbe dieci anni dopo, nel ’75. In sostanza, le manca un terzo della forza a sua disposizione quando non correva droga e la criminalità non era che una piccola parte (meno che la decima, per numero di omicidi e rapine), di ciò che è poi diventata. Così disarmata (e di un tanto più parlante disarmo, se si facciano confronti di mezzi e di bisogni con altre circoscrizioni), Catania è una sorta di città aperta alla droga”. “Più grave del disarmo, è il fatto che le voci, levatesi a denunciarlo, siano state per lungo tempo sopraffatte”. “Il riarmo non può essere differito al tempo di nuove assunzioni di agenti; la salute di Catania ha bisogno di un’equità sollecita e nuova, nella distribuzione delle risorse attualmente disponibili”.

Il costante interesse del Presidente del TM per questo tema aveva radici molteplici. Alla presenza della forza pubblica nella città doveva riconoscersi una funzione pedagogica, implicita nel fatto stesso della permanente riproposizione della norma come un dato di realtà; l’interiorizzazione di precetti e divieti passava per la via della esperienza quotidiana, nei ragazzi, della loro effettività. Inoltre, il controllo della devianza adulta, quale esercitatile solo col mezzo di risorse congrue, era necessario per contenere il trascinamento che il delitto dilagante e impunito esercitava sui minori. E inoltre ancora, la riannessione, a Catania, dei suoi quartieri infelici esigeva l’impianto di una solida presa da parte dello Stato, su quei pezzi del territorio urbano.

Alla nostra denuncia si aggiunse alla fine di quell’anno la voce dell’associazione ALBATROS, per la lotta alle tossicodipendenze, che prendendo di petto come velleitari e sostanzialmente elusivi i modi correnti di “lotta” alla droga, rilevava l’essenzialità del contrasto all’offerta, quale poteva essere condotto solo con effettivi adeguati. ALBATROS incoraggiò ricerche comparative tra ciò che veniva concesso, in materia di presidi, ad altre circoscrizioni, e il quasi nulla di cui doveva contentarsi Catania, quanto a numero degli uomini e al numero delle volanti e al numero degli uomini sulle volanti. I quartieri periferici, come altri, antiche e di antico degrado, erano privi di stazione CC, di commissariato PS, di uffici dei Vigili Urbani.

Riprendemmo il tema, sempre dal posto di maggiore responsabilità nella Giustizia minorile del Distretto, con un discorso nella sala del Consiglio Comunale, andato a stampa in 10.000 copie, nel 1987, e con la relazione del 1988 al Procuratore Generale, apparsa sopra una rivista del Ministero, e apprezzata dal CSM di quel quadriennio.

Il recente passato, e i fatti che erano andati gremendolo, apparivano ora più chiaramente che mai, in una luce di silenzioso scambio tra mafia e i poteri fattuali, insignoritisi della città. La mafia aveva reso grandi servigi (la messa al bando dei sequestri di persona a scopo di estorsione; il controllo, in certe aree, del voto di lista e di preferenza; il mantenimento dell’ordine nei cantieri; la repressione, spietata, di tentativi di estorsione, in alto, compiuti da “cani sciolti”; la custodia – inviolata dal giorno del delitto Fava – del limite alla analisi e denuncia degli accadimenti), e aveva ricevuto grandi benefici: tra i quali, massimo, la ritirata dello Stato dal campo urbano. Catania era stata rilasciata alla malavita, per la droga, per le latitanze storiche e insolenti, per le rapine ed estorsioni in danno della gente comune.

Curiosamente, era il giudice minorile a mettere in luce, con quella relazione, le dimensioni della criminalità adulta, di noti e di ignoti, nella circoscrizione e nel Paese, inaugurando confronti diatopici, pretermessi da ogni altro Ufficio: “in circondario di Catania (una parte della provincia: 893’000 abitanti, la metà della popolazione del Distretto, l’1,55% di quella della Repubblica) sono stati commessi, in 12 mesi, 88 omicidi, di 64 dei quali restano ignoti gli autori; e sono state denunciate 3’010 rapine, il 6,55% delle rapine denunciate in tutto il Paese (337 per 100’000 abitanti, contro la media nazionale di 79): ma solo per 161 di tali delitti è stata possibile una attribuzione nominativa di colpevolezza (tasso di impunità del 94,6%)”. E cinque anni dopo, sempre a sostegno della necessità di robusti rinforzi: “nel tempo tra il 01°/07/92 e il 30/06/93, i competenti Uffici del PM hanno iscritto nei propri registri in tutto il paese, 1’467 notizie di omicidio volontario consumato, e 50’115 di rapine consumate o tentate; ma ben 141 degli omicidi (il 9,6% del totale), e ben 3’748 delle rapine (il 7,4%) sono stati perpetrati nel circondario di Catania, il quale, con circa 893’000 abitanti, non costituisce che 1,54% della popolazione nazionale”.

Occasione ennesima ci fu poi data dalla riunione di Prefetti della Sicilia orientale, presieduta dal Ministro, e con la partecipazione del Capo della Polizia. Il motivo dell’invito era facilmente intelligibile. Da molti anni, ormai, era il giudice minorile a lacerare, ad ogni occasione, i silenzi, o pavidi o compiacenti, intorno a temi tabù come quello della latitanza di Santapaola (pericolosissimo mito, per i minori devianti), e come questo della sottodotazione della città: a lacerarlo, come volevano da lui l’Ufficio ricoperto e la pertinente funzione, di tutela delle fasce minorili della popolazione. Dicemmo chiaro anche allora (1993) ciò che c’era da dire; e nulla poté replicare il Capo della Polizia, Parisi, se non che la Sicilia (la Sicilia: ma noi avevamo parlato di Catania) era la regione più presidiata: alla quale non risposta l’attento Ministro, alzatosi per raggiungerci, si dichiarò certo della nostra ragionevole insoddisfazione (l’episodio era ben presente, sino a due anni fa alla memoria dell’uomo politico).

Ci sarebbe facile radunare i testi di successivi coerenti interventi, ai quali partiti politici e rappresentanze parlamentari restarono sordi. Ora il problema è posto di nuovo dai Sindacati di Polizia; e tocca ai cittadini, nell’interesse dei quali vengono formulate critiche ed auspici, far sentire la loro voce di deciso consenso. Le autorità debbono fare la loro parte, invocando risolutivi provvedimenti del Ministero degli Interni: i quali non possono esaurirsi in meri aumenti del numero degli agenti. Qui è necessario che finalmente si aprano, nel cuore stesso di tutti i quartieri periferici, permanenti strutture, mai potutesi avere; qui è necessario che la forza pubblica trovi in quelle parti del territorio stanza ininterrotta e vi introduca ed imponga legalità.

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