Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Posted by Giambattista Scidà su martedì 30 dicembre 2008

Discordia concors

Nel 2002 un gruppo di catanesi pubblicò il primo numero di un periodico di poche pagine il cui programma era chiaramente enunciato nell’articolo che riportiamo integralmente:

Per Catania

di Giambattista Scidà

Le componenti del quadro catanese e le relazioni che le connettono sono assai chiare, anche se l’enumerazione non può esserne breve.

Ci limitiamo a tentarne un abbozzo:

  • l’intera assenza, dall’informazione catanese, di pluralismo;

  • la sostanziale omogeneità degli schieramenti politici – divisi dall’occasione elettorale solo per il regolamento di confini interni;

  • l’unisono tra il potere di disporre della notizia, la quale è oggetto di estrema concentrazione, e il potere di gestione degli affari pubblici;

  • l’insussistenza delle condizioni di base necessarie perché, se l’agire amministrativo dia nell’illecito e la repressione non risulti adeguata, altri uffici esterni alla circoscrizione possano inquisire in effettiva indipendenza i responsabili di quella inerzia; le difficoltà, comprovatamente gravissime, che ad accertamenti procedano altri soggetti, come il Parlamento, con sue specifiche articolazioni, e come organi centrali di alta amministrazione: la probabilità che questi ultimi si volgano, non appena richiesti di far luce, proprio contro chi l’abbia invocata;

  • l’ordinario mutismo, intorno ai casi di Catania, delle rappresentanze locali, sicché se voce si leva, in proposito, nelle grandi assemblee, è (salvo eccezioni confermanti la regola) voce di eletti in tutt’altre regioni;

  • l’accurata espunzione, dai temi della campagna elettorale, di ogni riferimento a quei fatti e casi anche da parte di gruppi che sanno di esporsi, tacendo, al deluso distacco di molti elettori;

  • il quasi puntuale coinvolgimento dell’informazione esterna, a grande raggio di diffusione, nel pertinace silenzio su vicende locali, per alta e vasta che ne sia la rilevanza;

  • e ancora (né last né least) la pretesa insolente che non si ardisca parlare di mali dell’oggi se non come di mali affatto passati e dai quali l’attualità sia felicemente immune: nel che si rinnova l’insolenza di ieri, quando non fu dato di parlare di fatti che appestavano e insanguinavano la città, sotto gli occhi di tutti, se non come di piaghe e vergogne di una tutt’altra Sicilia, contro la storica, infetta tristizia della quale doveva rifulgere, fatata, la sanità etnea.

Pur se molto manca, ancora, per poter dire che tutto “il catalogo è questo”, già ben evidente risulta la centralità, nella situazione, dei media locali, e della illimitata potenza che è loro di manipolare la coscienza di un’antica e popolosa e insigne città (ombelico d’Italia, se si tiene conto della presa che i gruppi, dai quali è dominata, esercitano sulla politica nazionale); di manipolarla imponendole, se questo si voglia, la percezione della realtà.

Una popolazione urbana cui sia fatto questo trattamento rischia di scadere da collettività cittadina a massa di meri abitanti, sempre meno attenta al corso degli affari amministrativi, e sempre meno interessata ad apprenderne qualcosa: una massa che è facile intrattenere, a sue spese, in ludici diversivi dall’impegno civile.

***

Un tale stato di cose contiene in sé dinamismi sinistri.

Può spianare la strada a condotte anomale, in questo o in quel campo, di esercenti Ad un certo punto della sua avanzata, il processo può rendere troppo rischioso il volerlo contrastare, scrivendone per tutti.

Assai giova, perciò, che uomini di buona volontà agiscano ora, senza ritardo, anche se con mezzi di estrema esiguità: con null’altro che un foglio, appena in grado – almeno all’inizio – di raggiungere qualche migliaio di lettori.

Giova assai, sì, che fatti e temi importanti vengano integrati, così, al campo del conoscibile: sia per i mutamenti che ciò basta ad introdurre nella coscienza pubblica, fornendole materia di giudizio, sia per il conto che di una nuova e libera voce si dovrà temere da chi gestisce pubblici uffici.

Quest’ultimo risultato non sarà meno importante del primo, per il fine che l’iniziativa deve assegnarsi: non già de mero denunciare malfatti – quasi auspicando, per il gusto di farne denuncia, che malfatti ci siano – o del sollevare scandali, ma di contribuire a che materia di scandalo non sorga, o sorga sempre meno.

Non c’è, al presente, modo migliore di servire Catania, e questo, appunto, si vuol fare, serenamente e senz’odio e senz’ira, anche se la consapevolezza – piena – che ira e odio possono rispondere, ancora una volta, al tentativo di servirla.

Il controllo del sapere pubblico, come esercitato tra l’Etna e il mare, è un troppo grande privilegio perché ci si rassegni, facilmente, a vederlo diminuito.

Il giornale (Controvento) non passò.

Alcuni di coloro che avevano partecipato, alacremente, alla redazione dei pezzi seguendone la nascita, e tutti alla fine approvandoli, si ritirarono repentinamente, dicendo di non poter condividere l’iniziativa, e restituendo, senza averne collocato nemmeno una, le copie che avevano voluto in buon numero, per diffonderle. Era questa, credo, la decisione del partito di riferimento, che pure era il più creduto in materia di indipendenza dal monopolio locale dell’informazione.

Intanto il distributore col quale due altri del gruppo avevano definito l’occorrente intesa, restituì bruscamente indietro la quietanza, proclamando di non volersi immischiare nella faccenda: di non volerne sentire.

La distribuzione fu fatta, con fatica, da quei due volenterosi.

Del giornale non uscirono che quel numero e il successivo.

Alla situazione presente – si sa quanto favorevole alla diffusione, non conforme agli interessi dominanti, di notizie e di critiche – han contribuito, ormai troppe volte, anche ambienti che avrebberodovuto contrastare il consolidamento.

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