Giambattista Scidà

Già presidente del Tribunale dei Minori di Catania

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Lettera aperta al dottor Fonzo

Pubblicato da Giambattista Scidà su domenica 13 novembre 2011

Lettera aperta di Giambattista Scidà al dott. Fonzo

           Gennaro ha perduto nella gara per Procuratore capo di Catania. Ne sono sollevato, per tutte le ragioni che tu leggi nella mia lettera, sul mio blog, al Ministro, con l’elenco dei fatti che avrebbero dovuto ispirare diniego di consenso e iniziative di accertamento della incompatibilità con la Procura, anche nell’Ufficio di semplice sostituto. Sono i fatti che conoscevo quando scrissi all’on. Forgione, e quelli che ho successivamente accertato. Attorno alla mia lettera la stampa fece silenzio, con la sola eccezione di un articolo su L’UNITÀ, tu volesti reprimere anche quell’unica rispondenza querelando l’autore, querelandomi come concorrente con lui che non conosco e di cui non so nulla. Tu sei stato a Catania mentre io ci ho operato, con coraggio, e in mezzo al pubblico clamoroso consenso. Tu fai di me un pazzo senza passato, tu che sai tutto; e mi attribuisci un odio feroce e senza motivo. Io, dott. Fonzo, ti ho solo beneficato, anche cercando di trattenerti da errori, come l’attacco a Lima; sei tu ad odiarmi, sino a renderti ridicolo. Avendo letto necrologio di un omonimo che non potevo essere io, lo volesti credere mio sino a chiamare al telefono, pretendendo conferma, un funzionario del Tribunale (C. L.), rimproverandogli insincerità, invitandolo ad ammettere i fatti: sino a quando l’interlocutore non disse che mi avrebbe chiamato nella stanza accanto perché potessi dirgli io stesso che non ero morto. E anche il volermi dire folle esprime il tuo odio. Tu ti credi investito di una potenza senza limiti sui fatti. Lo desumo da quello che hai affermato all’udienza: che a costruire la casa di Gennaro fu Arcidiacono. Non lo afferma nessuno, né Arcidiacono, né Gennaro. Ti rimando di nuovo alla mia lettera al Ministro che in undici punti sintetizza i fatti. Tu dici di non ricordare il tenore della richiesta del pubblico ministero di mi rinvio a giudizio essa si rifiutò di attribuirmi calunnia, perché convinto io della sussistenza dei fatti: ma i fatti, affermò senza avere svolto le indagini suggeritegli da me, non sussistono. Sii, dottor Fonzo, più capace di ricordo quando deponi come teste. Un’ultima cosa, confermativa del tuo irragionevole odio: mentre tu sei per me il dottor Fonzo, io sono per te lo Scidà. Ma anch’io rimediai a suo tempo una laurea, anche se non mi fu concessa dignità di stampa.

Giambattista Scidà

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Pubblicato da Giambattista Scidà su martedì 8 novembre 2011

Ammiro il dott. Salvi. Vedo che l’enstablishment catanese lo tratta da intruso, forse in attesa che Gennaro, uscito più forte che mai dal voto del CSM lo attacchi davanti al TAR. L’esito è servito a salvare l’immagine del capo dello stato. Con 11 voti e senza che alcuno abbia osato introdurre nel cosiddetto dibattito la verità, mentre tutti gli hanno favotito elogi o silenzio. E’ il vero vincitore. La verità fu detta dal mio scritto “Per capire il Caso Catania” ed è stata ripetuta da allora in tutte le sedi. Richiamo e riporto la mia lettera al Ministro, perché non desse consenso a Gennaro e quindi i punti nei quali sono esposti i motivi di non darlielo. Invito a leggerli mentre sul mio nome cade una feroce damnatio memoriae. Giambattista Scidà.

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Un giudice a Catania

Pubblicato da Giambattista Scidà su martedì 25 ottobre 2011

Un Giudice a Catania

I

Venni a Catania, giudice del Tribunale, nel 1967, dalla Pretura di Palazzolo Acreide, che

avevo servito per cinque anni; a Palazzolo ero passato da Acireale, al termine di un biennio di uditorato con funzioni di vice Pretore. A Catania accettai applicazione a tempo pieno al Tribunale per i Minorenni, che non aveva ancora una sua pianta organica; volli restarci quando esso la ebbe; ci lavoravo da tredici anni quando il CSM me ne affidò la presidenza.

Nel corso di quel tempo agitato potei apprendere molto. Il Tribunale è un balcone sulla società del Distretto, e particolarmente su quella del capoluogo. Chi vuole può leggervi i disagi dei ceti svantaggiati, le responsabilità degli ambienti amministrativi e politici, che quei hanno suscitato o aggravato, e le colpe delle istituzioni di controllo, anche giudiziarie, per la repressione o inadeguata o mancante. E molto imparai dai colleghi. Inappuntabilmente laboriosa e precisa, Gabriella La Ferlita, già attiva nel volontariato, ispirò al Tribunale, prevenendo altri Uffici, dubbi fondati sulla costituzionalità del regime della connessione, come definito dal cpp, nella parte riguardante la competenza in ordine a minori; Gaspare La Rosa, dalla preparazione completa, e dalla già varia esperienza, si rivelò presto, anch’egli, giudice minorile culturalmente avanzato. Fu con lui che – studiato il JGG della Germania occidentale – potei proporre al Tribunale gli esperimenti di messa alla prova consentiti dal quadro normativo italiano di quel tempo. Nella Cancelleria cresceva intanto una straordinaria vocazione individuale al servizio, della quale si sono poi visti i frutti in campi disparati.

La mia nomina contrariò l’ambiente della Corte d’Appello, Sezione per i Minorenni, della quale aveva battuto il candidato, suo componente: più anziano di me, ma non istato mai attivo in un Tribunale Minorile, nemmeno per un giorno. Quel disappunto era avvertito come più frustrante data la contrapposizione di mentalità che come in molti altri Distretti divideva gli addetti ai due gradi di giudizio, da quando la legislazione s’era aperta agli interessi minorili, urtando immemoriali concezioni adultocentriche (nel 1967, con la legge sull’adozione speciale; nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia). La forza delle resistenze svegliate da quel diritto nuovo richiamava lo scontro tra paradigmi, descritto da Kuhn, e gli arricchimenti apportati da Morin, a proposito della intensa mobilitazione emotiva che può accompagnare il contrasto.

Che la direzione del Tribunale venisse data a me spiacque anche nell’ambiente dell’Amministrazione Carceraria, per la conoscenza che avevo voluto dare al Ministero della Giustizia di prassi intollerabilmente abnormi in materia di vittitazione, nel carcere degli adulti, al quale passavano i minori non appena compiuti diciotto anni; e non poté piacere all’Ufficio ministeriale, che per potere negare i fatti aveva dovuto concludere l’inchiesta senza sentir me, proprio me che l’avevo provocata. Né mi attendevo fosse stato dimenticato, tra gli stessi agenti anziani della sezione minorile, il mio muto disprezzo alle parole di uno di essi, durante una rivolta di minori: che questa sarebbe subito cessata, se io fossi andato a parlarne al signor Ferlito, carcerato al secondo o terzo piano della zona adulti; o che viva non fosse più l’insofferenza per l’assiduo controllo sulla qualità dei generi riposti dall’assuntore nella dispensa, per la somministrazione ai detenuti.

Era comprensibile inoltre che la scelta fatta dal CSM venisse accolta freddamente dal giornalismo locale, e non solo per l’opposizione mia e degli altri giudici del Tribunale (nonché di una giovane collega della Procura), alla pubblicazione, per esteso, dei nomi e cognomi dei ragazzi incorsi in arresto.

Infine, reazioni di simpatia non poteva suscitare, quella scelta, nella Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario, dato il mio intervento all’apertura di dell’anno giudiziario, nell’aula stracolma di pubblico, sul contrasto tra statistiche e realtà, in materia di reati contro la PA: diminuite – avevo sostenuto – solo le denunce, per isfiducia nella Giustizia, ma in continuo aumento i fatti, sempre più sfrontati.

Letizia sincera trovai presso il Presidente della Corte d’Appello, D’Amico, attivamente interessato alla condizione minorile, ma la sua uscita dal servizio era prossima, e la reggenza dell’Ufficio – che fu lunghissima – sarebbe toccata proprio al Presidente della sezione minorenni, il cui disfavore per me non aveva bisogno di essere certificato. Ma c’era pure, nel panorama giudiziario catanese, un’area per me rassicurante, per il sentire degli addetti. Era la Pretura dei Gennaro e dei D’Angelo e di altri, tutti homines novi, organizzati in corrente, sui quali si concentrava da anni la fiducia dei catanesi più desiderosi di rinnovamento della giustizia, proprio in materia di abuso delle risorse pubbliche.

II

Conoscevo Gennaro da parecchi anni, e sempre egli aveva cercato la mia stima. Lo rivedo visitatore alacre, sulla terrazza di una vecchia casa per l’estate, erma sulla pianura costiera, la Calabria sullo sfondo; e poi nell’abitazione di paese in cui si era spento mio padre: venutici, lui ed altro Pretore, oltre che per condolersene, per esortarmi a concorrere al posto di ormai imminente vacanza. Potevano permetterselo perché il Procuratore della repubblica per i minorenni, più anziano di me e più provvisto di titoli, bandiera del loro gruppo, non avrebbe proposto domanda, convinto di potere conseguire la direzione della Procura presso il Tribunale ordinario.

Sarebbero stati essi, pensavo, i miei referenti: essi, i Pretori.

Ho già detto, altrove, di quel che il 1982 introdusse di nuovo e di devastante nel quadro catanese. Alla fine dell’anno, il mio isolamento era completo, e invitava all’attacco chi volesse render di nuovo vacante la Presidenza del TM. A Pasqua del 1983 il CSM aveva sul tavolo feroci accuse di caparbia, sistematica violazione della legge, a titolo di lotta contro i riconoscimenti sospetti di neonati adulterini, e in altre materie. Si può dire che quasi nulla, di me, venisse fatto salvo, oltre la probità e la moralità personale.

Non ero noto a nessuno del Consiglio, eletto dopo la mia nomina. Ma il Procuratore Generale aveva avuto da me, in risposta ad una sua nota, e aveva trasmesso anche al CSM, debita esposizione dei fatti, nello stile di un giudicante scrupoloso; e il confronto bastò, con quelle altre così diverse scritture, perché il campo restasse occupato, semmai, da un problema, che non riguardava il mio destino, ma quello degli accusatori, entrambi magistrati: uno era il Presidente della Corte d’Appello Sez. minorenni, interinalmente Capo di tutta la Corte, e l’altro – nome prestigioso della corrente dei Pretori, nel Distretto e fuori di esso – continuava a dirigere l’Ufficio più vicino al mio, le sue aspirazioni essendo andate deluse. Lo risolsero archiviando senza chiamarmi.

L’anno appresso, il meno anziano dei due fu sul punto di conseguire posizione di Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale ordinario, dalla quale, ormai mio nemico, e per giunta frustrato dall’insuccesso, avrebbe potuto metter sossopra l’Ufficio da me diretto con indagini sui miei collaboratori non magistrati. Credo che nessuno, al mio posto, avrebbe tralasciato di rivolgere al CSM la segnalazione di inopportunità che questo ricevette da me.

La domanda venne revocata. La distanza tra me ed i Pretori crebbe; essa si fece ancora maggiore di lì a non molto, quando il magistrato decise di lasciare ad un tempo Catania e la Giustizia minorile. Cessò immediatamente ogni conflitto tra i due Uffici; nessuno ne insorse nei diciassette anni successivi, né durante la reggenza della Procura da parte del Sostituto anziano, né durante le lunghe gestioni del nuovo Procuratore, Cortegiani, e del successore, La Rosa, ancora in corso, al tempo del mio pensionamento.

Ma di quella perdita, che indeboliva lo schieramento, io apparivo oggettivamente responsabile. Tra me e quei colleghi c’era ormai un solco.

Parve che il destino lo volesse sempre più profondo. Evoco solo le sopravvenienze di maggiore momento. Alla fine del 1984, Uffici Giudiziari di Torino, competenti per connessione, disposero cattura di magistrati in servizio a Catania. Era Segretario dell’ANM distrettuale il dott. Busacca, della corrente dei Pretori, e fra poco (o da poco) Procuratore Aggiunto. Le correnti insorsero tutte, reclamando passaggio degli atti a Messina. Io rifiutai l’adesione di cui mi richiedevano il detto Segretario e un Pretore. All’apertura dell’anno giudiziario 1985 il primo pronunciò, fragorosamente applaudito, un discorso di protesta.

Gli atti rimasero a Torino, dove la paziente decifrazione di un’agenda, sequestrata a Catania, nella casa di uno degli inquisiti, dischiuse scenari sconvolgenti.

Qualche tempo dopo il Tribunale per i Minorenni fu nella tempesta. Un’enorme, spettacolare pressione, interminabilmente esercitata anche attraverso la tv di Stato, voleva costringerne i magistrati a decretare adozione, ex art.54 della legge, di due minori in abbandono, senza aver potuto esaminarli: perché fatti scomparire dagli aspiranti adottanti.

L’ANM non intervenne.

Attaccato dai media, e senza possibilità di procurare ascolto alle sue repliche, Scidà doveva perdere la simpatia guadagnatagli dal suo impegno.

Nel 1986 la Consulta Regionale per le tossicodipendenze, di cui facevo parte, fu travagliata dal contrasto attorno alle pretese della SAMAN di Francesco Cardella, di iscrizione nell’albo degli Enti Ausiliari. Io che la avversavo fui tra gli sconfitti; fu invece tra coloro che ci sbaragliarono il magistrato di Catania, bel nome dell’aggregazione dei Pretori, dal quale ero stato accusato, tre anni prima, al CSM. È difficile trovare, oggi, chi dubiti che il numero fece torto alla ragione.

Durava intanto il braccio di ferro a proposito del come provvedere di nuova sede gli Uffici Giudiziari minorili: se mediante un’ulteriore locazione passiva, ad alto canone, di immobili di privata proprietà, come aveva proposto, nel 1983 un Ufficio periferico del Ministero, o mediante intese con il Comune capoluogo, come proponevo io. Ignoti avevano pensato, quell’anno, di precipitare la scelta che avversavo, danneggiando i locali occupati dal Tribunale; la denuncia che ne feci alla Pretura venne archiviata dal Dirigente senza che io fossi sentito.*

Arrivò infine il tempo del rinnovo del CSM, stato eletto nel 1982: candidato, ora, uno dei Pretori. Nessuna scheda venne fuori dall’urna con la combinazione di preferenze che qualcuno, passato a salutarmi, aveva lasciato sul mio tavolo, nell’andarsene.

Per coloro che informati di quella segnalazione seguirono lo scrutinio, non ci furono dubbi, comunque fossero andate, in realtà, le cose. Scidà aveva remato contro.

Il solco era ormai un fossato.

Non mi sorprese, dopo di ciò, l’iperbole che un mattino di primavera del 1987 uscì di bocca ad un visitatore, capitato in un momento di intenso lavoro: egli vestì di più forti espressioni il concetto che a Palazzo di Giustizia (al quale erano passati, dalla Pretura, più magistrati, con funzioni di sostituti Procuratori) si era risoluti, di una risolutezza senza freni, a comunque impedire che il Presidente Scidà diventasse Procuratore della Repubblica (la voce che io avessi in mente quel posto, aveva preso a circolare nel 1984, a seguito della mia relazione ad un convegno organizzato dalla giovanissima Anna Finocchiaro, e del giudizio che subito ne aveva dato qualcuno degli altri relatori, non ricordo se Palombarini o Rodotà). Non provai meraviglia per quella boutade; il visitatore, forse deluso dalla mia incuriosità, si allontanò quasi subito; capii solo in seguito che egli si riferiva a fatti recenti.

III

Il ruolo di Presidente di un Tribunale per i Minorenni è suscettivo di varie interpretazioni, tutte rispettabili: dalla più selfrestrained, attenta a mantenersi nel perimetro della organizzazione dell’Ufficio e della cura di singoli procedimenti, ad altre, attive nel far valere l’interesse in genere dell’infanzia e dell’adolescenza anche oltre quei confini, con critiche degli andazzi ad esse pregiudizievoli e con proposte. Si può dire che a determinare la scelta tra la prima e le altre sia l’incontro tra la situazione locale e il carattere del magistrato: tra la sfida dei fatti e la sua propensione alla risposta. A Catania, dove la sfida era aperta e incalzante; a me parve di doverla accettare, con tutti i mezzi di cui disponevo: corrispondenza d’Ufficio, relazioni annuali al PG, articoli di giornali e interventi in convegni e altre pubbliche riunioni. Nel susseguirsi degli anni, andai entrando in campi disparati; ma la pertinenza delle prese di posizione fu tale che nessuno mi

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*La questione fu troncata dall’on. Azzaro nella sua prima sindacatura, durata appena 10 giorni (dicembre 1987) mediante consegna dell’edificio comunale in via Franchetti, indicato da me, d’intesa con il Procuratore della Repubblica dott. Cortegiani. L’occorrente manutenzione straordinaria, non effettuata dai successori, ebbe rapido corso a partire dal giugno del 1990, quando il Presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Castelli, avvertito da me della inagibilità dei locali ancora occupati dal Tribunale (inagibili per l’auso; inagibili per il Genio Civile), denunciò quell’inerzia alle due Procure della Repubblica (presso il Tribunale ordinario e presso la Pretura), come cagionatrice di interruzione del servizio Giustizia. Le denunzie furono prontamente archiviate in entrambe le sedi, senza che io venissi sentito. L’edificio comunale che è tuttora sede degli Uffici minorili e del CPA, provvisto di privato parcheggio per almeno 60 automobili; consta di cinque piani, di cui quattro fuori terra; ha corridoi di due metri e gode di quattro esposizioni. È il solo tra quanti ospitano Uffici Giudiziari, non allogati né a Palazzo di Giustizia, né in via Crispi (ex Pretura), per il quale non si paghino canoni.

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mosse rimprovero di straripante intrusione. Deprecai l’uso che i Comuni facevano del ricovero di minori a convitto, senza necessità; li esortai con fermezza a provvedersi di servizio sociale; deplorai (anche con articoli a firma congiunta, mia e del Procuratore dott. Cortegiani) la situazione dell’ordine pubblico, per il trascinamento che la dilagante criminalità adulta esercitava sui ragazzi;mi dolsi delle perduranti latitanze di malavitosi, pericolosissimi miti di irridente imprendibilità, peri minori devianti; esortai al passaggio dal declamatorio all’effettuale (ossia alla lotta all’offerta), nel contenimento della droga;intervenni in materia di diserzione scolastica, rilevando che il Comune capoluogo mancava del tutto di anagrafe del settore; mi occupai di scuole, per farne nota l’infelice condizione; volli che gli istitutiassistenziali (206, nel Distretto) rimettessero anche al Tribunale gli elenchi dei ricoverati (5000!), che essi dovevano, periodicamente, ai Giudici Tutelari, e tenni a visitarne taluni, con un collega, nell’intervallo pomeridiano di onerosissime giornate di lavoro; parroci pionieri furono da me cercati nei quartieri di abbandono, dov’era un garage a fare da chiesa.

Dal 1982 i magistrati fummo quattro. Arrivò Sergio Del Core (carattere, sapere giuridico, conoscenza di tutto il corpus freudiano), fu con me e con i colleghi su tutti i fronti: contro il mercato dei neonati, per il miglioramento del progetto di legge adozione licenziato dal Senato, per la difesa della legge dalla eversione, che subito se ne tentava; e molto chiarirono i suoi scritti sull’adozione cercata come “protesi”, o sul qualificato impegno che era richiesto agli adottanti dall’adozione internazionale.

La mia prima relazione al PG, nello stesso anno del mio insediamento (1981) era stata un’implicita confutazione del modo in cui la città, ignara del suo stesso corpo, e delle miserie che ne affliggevano le parti distali, amava rappresentarsi la devianza dei minorenni. Quel mio scritto sollevò la questione degli insediamenti periferici, descrivendone uno (Monte Po); disse della condizione che era dettata in quei luoghi alle generazioni in crescita; affermò la necessita di un vasto recupero ambientale, impresa di cruciale importanza per la storia di Catania, che esigeva investimento di cultura, di mezzi tecnici, di risorse finanziarie, e di scrupolo nell’impiegarle. La relazione andava ben oltre quel tema; dava l’allarme per il montare della criminalità tutta, degli adulti e dei minori; diceva chiaro, utilizzando dati inconfutabili, che quel tempo – i dodici mesi dal luglio del 1980 a tutto il giugno del 1981 – era un “anno svolta”, vigilia di un avvenire che poteva essere t r e m e n d o: impellente perciò la necessità di misure; i mesi contavano ormai quanto anni. C’ era anche un profilo del minorenne autore di rapine; c’era una pagina di rinnovata deplorazione per la pratica, incivile e pervicace, del giornalismo locale, di propalare nomi e cognomi, per esteso, dei minorenni incorsi in arresto.

Ma nessun presagio poteva esserci in me, quando firmavo quel rapporto, di ciò che gli anni immediatamente successivi, a partire dal fatale 1982, avrebbero introdotto nel quadro urbano, e della linea sino alla quale sarebbe avanzata sotto la spinta di drammatiche emergenze, la mia protesta, ormai solitaria. Nel 1982, appunto, fu chiuso IL GIORNALE DI SICILIA, molesto o pericoloso perché in mano a Giuseppe Fava. Il 3 settembre fu ucciso Dalla Chiesa, che 23 giorni prima aveva svelato, con l’intervista su LA REPUBBLICA,il grande segreto catanese: la presenza, nella città, della mafia, negata da tutti, e la collusione tra mafia e grandi imprenditori. Quello stesso anno, uno di costoro fu protagonista del torbido affare di via Crispi (costruzione di una nuova sede per la Pretura) e travolse la clamorosa opposizione promossa dal Direttore dell’Istituto di Urbanistica dell’Università, Ing. D’Urso, e serratamente motivata, in Commissione Edilizia e in Consiglio Comunale, da Lombardo: ma invitta l’inerzia di tutta la magistratura, Pretori compresi.

Nel giudizio di Adriana Laudani (2006) quel non voler fare guastò l’immagine dell’istituzione giudiziaria e nocque alla lotta contro la mafia; nel concetto mio, mutò il corso della storia di Catania. Trascese con la sua portata i limiti di quel fatto, per impegnare l’avvenire, durevolmente. Da “via Crispi” discese “viale Africa”: con la baldanza, nel commettere questi altri fatti, di quello stesso imprenditore, invulnerato e come sicuro di essere invulnerabile; e con la penosa impossibilità dell’apparato, di reprimerli perseguendo anche lui. Ne discese, ben oltre i limiti di quel duplice scandalo, amministrativo e giudiziario, la lunga immunità dell’agire amministrativo, in tutti i campi, da richiami al rispetto dei giusti termini. Ne discese la pax cathinensis: la pace di quest’altra Sicilia, nella quale non è stato mai necessario uccidere pubblici ministeri. A perire, qui, sarà un grande giornalista, perturbatore di quella pace. Il 5 gennaio del 1985, ad un anno e quattro mesi dall’uccisione di Dalla Chiesa, fu ucciso Giuseppe Fava, che subito ne aveva raccolto da terra il testimonio insanguinato, fondando I SICILIANI. E intanto il quotidiano LA REPUBBLICA si arrendeva al potere dell’informazione locale: chiuso l’ufficio di corrispondenza da Catania, e chiamata a Roma l’intrattabile Rosellina Salemi, il giornale si obbligò a non entrare in provincia di Catania (escluso solo l’aeroporto) con la propria edizione regionale.

Non nascosi la mia delusione per l’inattività dei Pretori, inutilmente eccitati ad agire da clamori anche di stampa. Avrei chiesto che all’assuntore non si consentisse di pronunciare discorso, il giorno dell’inaugurazione, se fossi arrivato in tempo, con altri due magistrati al corrente di quella mia intenzione. Salvai i rapporti personali con i colleghi di quell’Ufficio, ma nulla poté restare fermo, in me, della prospettiva, che mi era stata cara, di operosa consonanza, tra noi, nei rispettivi campi di lavoro.

Caduto Fava, Catania fu come rilasciata alla malavita. Contro il disarmo della città (meno agenti; meno volanti; meno uomini sulle volanti) fu il Presidente del Tribunale per i Minorenni a protestare, con un articolo su I SICILIANI, delsettembre 1984; con dichiarazioni al Guardasigilli Martinazzoli, in dicembre, e con un appello al Ministro degli Interni, in gennaio del 1985 (ora nel mio blog scida@wordpress.com): Catania, scrivevo, non può attendere nuove assunzioni di poliziotti e Carabinieri; ha bisogno di un’equità sollecita e nuova, nel riparto delle risorse disponibili: per la lotta alla droga, per la cattura di Santapaola, per le investigazioni, o per il controllo del territorio.

Al gelo dell’establishment, si contrappose la reazione di consenso di molti cittadini. Brani dell’articolo apparso su I SICILIANI furono letti, nella parrocchia più attenta alle sorti della città, durante il rito domenicale più affollato; ed i quasi cento catanesi, riunitisi in ALBATROS attorno ad un programma di articolato contrasto alla tossicodipendenza (lotta all’offerta di droga; entrata in campo del Servizio Sanitario Nazionale, riscatto dei quartieri di degrado; accorte politiche giovanili) vollero presidente il giudice minorile. Il convegno conclusivo del primo anno sociale ( 1 dicembre 1985) richiamò al palazzo municipale una gran folla, calorosamente partecipe. Criticai, concludendo, l’Ospedale cittadino che al Centro Accoglienza Tossicodipendenti assegnava per tutta sede un povero angusto garage, ma trovava da spendere nella locazione passiva di una villa, per i suoi uffici amministrativi, 265 milioni l’anno, di cui 40 per corrispettivo dell’uso dei mobili e di altre modeste utilità. Il quotidiano catanese non volle far cronaca dell’evento.

Due mesi dopo, a Palermo, nella Consulta Regionale per le Tossicodipendenze, mi opposi alla SAMAN di Cardella, protetta dal partito al potere.

Quel vasto eccesso di esposizione mi attirò inimicizie ed invidie. Ma furono proprio le misure adottate per la mia eliminazione dalla vita giudiziaria catanese a procurarmi, proprio esse, e presto, la forza che non avevo.

IV

 

Un pentimento

Già nel 1986 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catania gestiva il pentimento di L., le cui dichiarazioni esitarono poi in un processo, di competenza della Corte d’Assise. Esso fu definito il 28 maggio 1990, con condanna, per alquanti dei reati confessati, del dichiarante e di persone da lui chiamate in correità.

Ma il pentito si era accusato e aveva accusato altri, di concorso in altri delitti per i quali o si evitò, mediante stralcio in istruttoria, che processo ci fosse, o in ordine ai quali la Corte pronunciò assoluzione, con formula non perplessa (per non aver commesso i fatti), sia del chiamante che dei chiamati. Erano efferatissimi crimini, quali la strage di via dell’Iris (6 morti e parecchi feriti), il duplice omicidio Agosta e Di Mauro (Maresciallo dei CC il primo; freddati tutti e due in un bar) e altro omicidio. Per ognuno di questi, e dei connessi reati in materia di armi, la sentenza rilevò le contraddizioni nelle quali il dichiarante si era involto, nelle fasi anteriori al dibattimento e nel corso di quest’ultimo, e le smentite inflittegli dalle risultanze, e le vistose inverosimiglianze; di taluno dei quali contrasti, tra asserti tutti egualmente suoi, egli stesso, incalzato dalle contestazioni, si era fatto commentatore divertito, quasi si trattasse di asserti altrui (“ma quanti son diventati questi fucili a pompa!”, esclamava all’udienza a proposito della danza di incompatibili indicazioni numeriche, tutte uscite dalla sua bocca).

Tre motivi la Corte trovò alle autoaccuse ed accuse, infondate, nelle quali egli si era voluto impegnare:

  1. il bisogno di crescersi, attribuendosi, da megalomane, misfatti grandiosi, e di far grandioso, sempre da megalomane, il proprio pentimento;

  2. l’interesse a procurarsi, in corrispettivo del pentimento, più alti vantaggi;

  3. la volontà di compiacere gli inquirenti nella loro ansia di far luce su gravi delitti. Tale motivo, del voler compiacere gli inquirenti, è notato in più di un luogo della decisione.

Ripercorrendo nel loro succedersi le numerose dichiarazioni del pentito, la Corte individuò, in quella del 14 gennaio 1987, il passaggio, come per “folgorazione” improvvisa, al risoluto, assertivo profluvio di confessioni e chiamate in correità: come se – l’osservazione è mia – tutti i motivi del mentire si fossero impadroniti, ad un punto, del suo comportamento.

Un mese e tredici giorni dopo quella “folgorazione”, il pentito fece il mio nome, ma non per dirmi suo compartecipe dei delitti che aveva confessato. Rispondendo a domanda dell’inquirente, assente il difensore d’ufficio, egli dichiarò: “Mi riservo di narrare nel prossimo mio interrogatorio le cillusioni riguardanti i magistrati e in genere il Palazzo di Giustizia di Catania, anche con riferimento ad altre persone che sembrano moralmente sanissime come il giudice Scidà ed invece hanno i loro vizi da nascondere”.

La riserva sarebbe stata sciolta il 6 marzo, sempre in Roma, dalle ore 9, e il processo verbale consterebbe di tre pagine: lo afferma un giornalista, W. D. Rizzo, sul web de IL FATTO QUOTIDIANO; non ha detto, l’autore dell’affermazione, davanti a quale magistrato, né con assistenza di quale difensore.

Non ho mai veduto tale documento; non sono mai stato convocato da nessun Ufficio Giudiziario, né come persona informata dei fatti, né come offeso dal reato di calunnia, né come indiziato di reato. La Procura della Repubblica di Messina, competente per tutti gli affari riguardanti i magistrati in servizio nel Distretto di Catania, come me, non ha mai avuto quelle dichiarazioni. La Procura Generale di Catania, che le avocò a sé, non le reperisce, e presume che siano state eliminate.

Dalla Procura della Repubblica di Catania esse furono a suo tempo comunicate al CSM, non so a firma di quale magistrato, con rapporto a mio carico. Il 2 giugno 1987, il Procuratore Capo di Catania, palermitano da pochissimo tempo a Catania, mi cercò tra gli invitati al ricevimento del Prefetto per protestarsi estraneo a quanto era accaduto: “Io non c’entro, in questa cosa… infondata”.

A Roma il fallimento dell’offensiva fu immediato e completo

Del CSM, eletto nel 1986, che ricevette il rapporto, facevano parte uno degli ex Pretori di Catania e un cattedratico, catanese anche lui, eletto dal Parlamento. Gli altri componenti mi erano ignoti, o noti soltanto per la loro fama; nessuno di essi mi conosceva. Il CSM non mi rivolse alcuna contestazione. Al contrario, ebbi da quel consesso, proprio in quella consiliatura, sino al suo concludersi, manifestazioni di stima che più gratificanti non potevano essere: delle quali evoco brevemente le occasioni. Prima però debbo dire che cosa ho potuto apprendere, in tanti anni, di ciò che il dichiarante mi aveva attribuito: un carcerato nella sezione minorenni del carcere di Catania, al confine con il resto dell’edificio, tutto occupato dagli adulti, gli avrebbe confidato di essere stato molestato dal giudice Scidà. Vivevo a Catania da venti anni sotto gli occhi di tutti; e nessuno aveva mai potuto fiutare, in me, propensioni di quel genere; e nessuno aveva pensato di attribuirmene,per quanti interessi avessi potuto offendere: sebbene l’insinuarle o il gridarle fosse, in questo ambiente, il modo più infallibile di abbattere un avversario. Nel 1983, gli autori del tentativo di metter contro di me il CSM, non si erano sognati di lambire, neanche con vaghe allusioni, né la mia probità né la mia condotta. Per finger di credere nel pentito, occorreva essere accecati da un odio mortale verso di me; e credere davvero poteva solo chi, travagliato da interni non risolti conflitti suoi, avesse bisogno di proiettare su qualcun altro pulsioni oscure e rabbiosamente negate del suo stesso “profondo”.

Si seppe, e seppi anch’io, che il ragazzo, del quale non ho mai appreso il nome, smentì nettamente il pentito.

Un profilo di Scidà, disegnato dal CSM

Nel 1987 – parecchi mesi dopo la performance del pentito – il Consiglio Giudiziario di Catania espresse, all’unanimità, parere p i ù c h e f a v o r e v o l e a che il CSM mi dichiarasse idoneo alle funzioni direttive superiori, e di me rilevò anche “l’esemplare impegno civile”. Ma l’avanzamento non poté essere deliberato dal CSM se non nel 1990.

Nel 1986 avevo assunto posizione di punta, entro la Consulta Regionale per le tossicodipendenze, contro le pretese della SAMAN di Cardella, sostenuto da tutti i partiti politici, e massime dal partito del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro Guardasigilli. Nei mesi successivi ebbe luogo ispezione ordinaria degli Uffici Giudiziari di Catania, che registrò straordinaria laboriosità del Tribunale per i Minorenni. Al momento del congedo, il magistrato che era a capo della équipe mi abbracciò, assicurando che avrebbe segnalato con fervore la necessità ed impellenza di copioso incremento delle risorse: più giudici, più cancellieri, più dattilografi. Ma la relazione che aspettavamo tardò tantissimo ad arrivare, e quando infine pervenne sconvolse tutti per le aggressive pagine di introduzione che proprio lui, il magistrato, aveva premesso al testo, elogiativo, redatto dai suoi collaboratori.

L’8 gennaio del 1988 il Procuratore Generale, dal quale ero stato convocato, mi accolse con parole sgomente: fanno proprio a te un procedimento disciplinare, mentre a Catania anche le pietre sanno quel che hai fatto per i minori!.

Il procedimento fu definito nel 1990, con sentenza di assoluzione, nella quale si legge, dell’incolpato Scidà, che in qualità di Presidente del Tribunale non si era limitato, come avviene sovente, ad esercitare mere mansioni di carattere organizzativo o di direzione dell’Ufficio, ma aveva accollato a se stesso incombenze giurisdizionali gravose, rinunciando a ferie e non risparmiandosi nemmeno quando conclamati, seri motivi di salute avrebbero, invece, consigliato maggiore prudenza. Oltre a curarsi personalmente anche dell’andamento della cancelleria e a presiedere quasi costantemente i collegi, si era riservata la stesura di una grande parte dei provvedimenti, sia in materia civile che in penale. I fatti concorrevano a connotare nel dott. Scidà “una figura di giudice zelante, sempre attento alle problematiche della speciale disciplina, sensibile alla salvaguardia degli interessi dei minori, e pronto ad assumersi in prima persona grosse responsabilità”.

Non avevo voluto difensore. Ero stato ascoltato con attenzione non solo dai componenti del Collegio, ma anche da molti altri Consiglieri, in piedi dietro il banco; avevo potuto concludere evocando una certezza, certamente comune a me ed ai giudicanti: “…nessuno, nessuno di voi, in questa pur lunga pendenza, ha avuto bisogno di ricordare o a me, o a qualcuno che volesse parlare per me, che non si parla di un procedimento, ai giudici che ne sono investiti, fuori del procedimento”.

Non potei uscire dall’aula, subito dopo la lettura del dispositivo, perché tutti si erano spostati verso la porta, per congratularsi calorosamente. Il primo a farlo fu il Procuratore Generale, sceso verso di me dallo scanno.

Procuratore della Repubblica a Palermo?

Il processo e l’udienza e il modo semplice e leale che tenni nel difendermi e l’eco che se ne propagò, senza il minimo concorso mio, mi giovarono a tal punto che quando fu in palio il posto di Procuratore della Repubblica di Palermo, si paventò da più d’uno, seriamente, venisse dato a me. Uomini politici e magistrati di grandissimo spicco varcarono, per scongiurare l’evento, il portone di piazza Indipendenza. Se l’avessi saputo ne avrei sorriso.

Avevo proposto istanza solo per l’angosciata insistenza messa nel chiedermelo da un gruppo di palermitani, venuti apposta da me, a tardissima sera di non so quale giorno: Falcone – dissero – non poteva concorrere perché non legittimato; e nessun magistrato di quella sede voleva, pur potendo: inevitabile, pertanto, la riuscita che essi deprecavano, se io, più anziano, non mi facevo avanti ad ostacolarla. Il mio disinteresse per il seguito fu assoluto. Seppi dell’esito dai giornali.

Una giornata di lavoro a Palazzo dei Marescialli

Avevo indirizzato al Procuratore Generale di Catania, nel 1988, una relazione che il quotidiano di Messina e riviste del Ministero vollero pubblicare. Egualmente improntata a realismo, tanto nel descrivere la condizione minorile quanto nel dire dei processi di distrazione della risorse pubbliche, che sarebbero dovute servire a sollevarla, essa precisava le dimensioni della criminalità adulta e dei minori, e delineava la situazione, nel sistema del potere locale, della criminalità organizzata: prestatrice di servizi e beneficiaria di larghi compensi, come l’indefinito protrarsi di latitanze indisturbate, e la ritirata dello Stato, come forza, dal campo urbano. Ne riporto il testo in appendice al presente capitolo.

Sul finire del quadriennio di carica, il CSM mi fece l’onore di prendere spunto da quel mio scritto per indire una lunga giornata di lavoro sul tema della devianza minorile, nella sua stessa sede, di tutti i Capi degli Uffici del ramo, Presidenti e Procuratori della Repubblica. E di me, invitato a prender la parola per primo, vennero enunciati, in apertura, molto benevoli apprezzamenti. Fu presente un Parlamentare, Vicepresidente della Commissione Antimafia, che provocò mia convocazione da parte di quel consesso; e quest’ultimo, uditomi, dispose che una sua unità venisse a Catania.

V

Questo seguito ebbe la vicenda, inaugurata dalle dichiarazioni del pentito, nel 1987, che nella trista aspettativa di taluno mi avrebbe abbattuto, ormai aborrito o irriso: o almeno “mascariato”. Riconosco il mio debito verso chi mi volle essere nemico. Senza la sua aggressiva ostilità sarei rimasto un oscuro giudice della periferia siciliana, del settore più privo di voce.

A parte l’integrale, irrimediabile caduta di stima nei confronti delle persone che per nuocermi, ingiustamente avevano tentato di accreditare presso il CSM dichiarazioni di cui non potevano non cogliere, immediatamente, la falsità, il mio successivo comportamento non si abbassò mai a ritorsioni. Nessuna traccia se ne trova nella pur copiosa produzione critica, relativa alla situazione siciliana e catanese, degli anni successivi: relazioni al PG (del 1989, non meno impegnativa della precedente, della quale ho ricordato la speciale risonanza, e di tutti gli anni successivi); gli scritti su riviste e giornali; gli interventi in convegni; i contributi ad opere collettanee, andate a stampa. Occorse l’enorme scandalo di viale Africa, perché io rivolgendomi al CSM, nel 1996, auspicassi alla nomina di un Procuratore della Repubblica estraneo a quell’Ufficio; e occorse che nel 2000, verso la fine dell’anno, giungessero sino a me le prime notizie di quel che era accaduto e accadeva a S. G. La Punta, universo deviante sino a quel tempo non sospettato da me, perché parlando davanti alla Commissione Antimafia rendessi le ormai notissime dichiarazioni di quel 7 dicembre.

Avevo avuto ben altro cui dedicare il tempo del quale un uomo può disporre, se si nega il riposo al quale avrebbe diritto. In aggiunta al lavoro d’Ufficio, in senso stretto, a proposito del quale riporto in nota un paso della relazione ispettiva del 1997, avevo sviluppato la vasta attività, in campi disparati, che il seguito della presente esposizione descrive.

Estratto dalla relazione ministeriale del 1997

Il Dott. Scidà dirige l’Ufficio; funzione la cui onerosità complessiva dipende anche dalla corrispondenza di iniziativa, dalle relazione d’obbligo e dai carteggi con altri uffici intorno a provvedimenti attaccati dalla stampa e da privati; anche con denunce, alla Procura della Repubblica di Messina, di magistrato del Tribunale.

Egli attende al dibattimento penale, nelle udienze del 4° e del 5° martedì di ogni mese, con prosecuzione in altri giorni, di venerdì. Presiede, nella maggior parte dei casi, il collegio del contenzioso civile, quello del riesame, e il Tribunale in C.d.C., per gli affari di volontaria giurisdizione. Tratta la primissima fase dei procedimenti per dichiarazione di abbandono (decreto di apertura del procedimento, provvedimenti di urgente salvaguardia), e i procedimenti di affido preadottivo e di adozione, nonché altre classi di affari. Presiede a turno con il magistrato di sorveglianza, il Tribunale di Sorveglianza. La situazione del Tribunale, caratterizzata, come da un elemento propriamente strutturale, dal numero delle vacanze di posti di giudice (anche 5 su 8, nel corso del ’96) lo chiama a disparate supplenze di emergenza. Così, nel primo semestre del ’96, ha fronteggiato, in luogo di giudice tramutato ad altro Ufficio, quasi tutti gli oneri di udienza penale dibattimentale.

Continua

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Per la nomina d niuovo Procuratore della Repubblica di Catania

Pubblicato da Giambattista Scidà su lunedì 10 ottobre 2011

Com’è noto, la Commissione V del CSM ha proposto per la nomina a Procuratore della Repubblica di Catania tre aspiranti. Ad uno di questi è andato un voto su sei; un altro ne ha avuti due, e l’altro ancora tre.

Spetta al Ministro della Giustizia dare o negare consenso per ciascuno dei candidati.

Il Plenum provvederebbe mercoledì prossimo 12 ottobre.

Ho indirizzato una comunicazione al Ministro, rassegnandogli circostanze che concernono uno dei tre; ho scritto al Vicepresidente del CSM, per rammentargliene altre che sono scolpite dal processo verbale di seduta plenaria in data 22 marzo 200, alla quale egli partecipò come membro eletto dal Parlamento; ho sottoposto altre osservazioni ai Consiglieri che si riuniranno per la nomina, in seduta plenaria; ed ho pregato il Presidente della Repubblica, Presidente del CSM, di presiedere Lui, nella ormai imminente occasione, l’alto Consesso: “illuminata dal suo magistero, l’aula farebbe esercizio non già di rude aritmetica dei voti, ma di umana geometria delle ragioni”.

 

Giambattista Scidà

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Lama a Catania

Pubblicato da Giambattista Scidà su domenica 25 settembre 2011

Fecero come a gara, i responsabili delle principali strutture giudiziarie catanesi, nell’illustrare le rispettive difficoltà, da carenza di mezzi materiali. Il politico, vicepresidente del Senato, a Catania per qualche giorno,li ascoltava con eguale attenzione, pipa in pugno.

L’incontro, presso il Presidente della Corte d’Appello, era stato proposto dallo storico personaggio del PCI, catanese e siciliano, che ora sedeva accanto all’anziano magistrato: mulier dicendi perita: tale dovunque (nelle aule, la toga indosso; e in convegni e congressi, e dal palco nelle piazze gremite di folla); perita - vogliam dire abilissima – anche nel fare fronda, se le circostanze lo imponevano.

L’ultimo ad aver la parola avrebbe potuto battere tutti i colleghi, nel levare giustificati lamenti: ferie soltanto nominali; per tutta sede dell’Ufficio un antro angusto e semibuio; non servizio d’ordine; e nessuna risposta, sino a qualche anno prima, all’invocazione disperata: se non potevano applicargli un dattilografo, gli consentissero di introdurne uno, a sue spese. Ma fu proprio lui a non dolersi di nulla, come se nuotasse nell’abbondanza. Parlò di altro, di ciò che mancava alla città. Sì-disse- anche a Catania aveva alloggio la Signora: quella certa Signora senza della quale non c’è democrazia che non sia menzogna. Ci aveva alloggio, e il suo nome era inciso “O p p o s i z i o n e”, sopra una grande targa, sempre tirata a lucido, ma era inutile cercarcela, perché al suo posto si faceva sull’uscio un uomo, il Signor C o n s e n s o.

Gli occhi del presidente Castelli (per tutto il resto una sfinge) lucevano di contentezza; Lama procurava di nascondere sotto l’apparenza dell’attenzione l’interesse improvviso; Adriana Laudani non perse un attimo. S’impadronì del tema, elogiò chi lo aveva introdotto, solitario assertore, ancora una volta di realtà che troppi altri sottacevano, e dette un quadro di speciale efficacia della città zoppa.

L’indomani, Castelli mi volle davanti a sé, per dirmi chiaro quanto m’avesse approvato. Adriana ed io ci saremmo incontrati ancora, quattro anni dopo, davanti ad un pubblico calorosamente partecipe, e di nuovo lei avrebbe parlato subito dopo di me: della malapresenza, a Catania, di ben altra signora che l’opposizione. Era già il tempo dell’appalto per il Centro Fieristico del viale Africa.

Giambattista Scidà

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Martinazzoli e Catania

Pubblicato da Giambattista Scidà su venerdì 9 settembre 2011

Martinazzoli e Catania

In dicembre del 1984 non volli aderire alla protesta che si organizzava per l’imminente apertura del nuovo anno giudiziario, contro provvedimenti riguardanti magistrati in servizio a Catania, di Uffici Giudiziari torinesi, dei quali si intendeva negare la competenza territoriale per connessione; in gennaio del 1985, con un appello al Ministro degli Interni, Scalfaro, tornai su quanto già affermato con un articolo su I SICILIANI, a pochi mesi dalla uccisione del fondatore: sulla necessità che invece di ritirarsi dal campo Catanese, come avveniva, la forza dello Stato ne riprendesse più pieno possesso: Catania – gli scrissi dal mio Ufficio di Presidente del Tribunale per i Minorenni – non può attendere nuove assunzioni di agenti e carabinieri: ha bisogno, anche per la lotta all’offerta di droga, di un’equità sollecita e nuova nella ripartizione delle risorse in atto disponibili. E nello stesso gennaio, nel Palazzo Municipale, dissi chiaro al Guardasigilli, Martinazzoli, in presenza dei capi di altri Uffici Giudiziari, e in presenza di giornalisti, che Catania era stata ceduta alla malavita. Qualche giorno dopo, l’affermazione sarebbe stata seccamente contestata, sul quotidiano cittadino, da una eminente autorità culturale; nessuno, per intanto, mi contraddisse, e nessuno consentì.

Quel gelo bastò, al Ministro, per confermarsi nel concetto che doveva avere già, della situazione locale; appena prima di congedarsi, mi chiamò a parte, e guardandomi negli occhi come uno che vuole essere guardato nei suoi – le spalle contro una chiara parete, e la testa china verso la mia – : “io scriverò” – mi disse – “io scriverò” – ripeté – “con queste mie mani………” e me le mostrava entrambe, come già intente a farlo.

Quale altro politico italiano avrebbe reagito così alle angosce di un ignoto giudice della periferia siciliana? Martinazzoli era la rettitudine servita dall’ingegno e dalla cultura.

Non dubito che abbia scritto. Ma nessuno, nemmeno il Ministro della Giustizia, nemmeno un Ministro come lui, poteva incidere sul sistema catanese. Qui il disarmo e il correlativo protrarsi delle grandi indisturbate latitanze, incrociavano, sulla testa dei catanesi, i servizi che la mafia aveva reso e rendeva.

Ne ero ormai convinto quando scrissi la relazione ’88 al PG, che si legge sul mio blog; ma non per questo mi abbandonò, né allora né in seguito, il disperato ottimismo della volontà – non rinuncio all’ossimoro – col quale ho continuato a reclamare, anche in faccia a Ministri dell’Interno, cattura di Santapaola e riarmo della città.

Martinazzoli, nato dopo di me, é morto pochi giorni fa, e tutta l’Italia ne onora la figura. Ad essa si inchina commosso, con questo ricordo, il catanese, già magistrato, che Egli seppe ascoltare. 

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A Mario Castro

Pubblicato da Giambattista Scidà su domenica 28 agosto 2011

Al Signore Mario Castro (LA SICILIA del 28/8/11 pp. 1 e 39)

Mi auguro che Ella approfondisca il tema degli arresti dei minori, a Catania e altrove, e perciò Le dedico la ripubblicazione sul mio blog di una brochure a suo tempo diffusa dalla CUECM, per merito del non abbastanza ricordato dott. Nicola Torre: la quale può essere ancore utile per le indicazioni di geografia giudiziaria e per gli esempi di metodo nella comparazione. I dati assoluti vanno infatti ponderati, come nel prospetto introduttivo: con il risultato, per esempio, che l’apparente primato di Napoli cede a quello, reale, di altro Distretto. Ci troverà anche una nota mia; superfluo il consiglio di ignorarla, negli scritti che proporrà alla Redazione. Fonte impareggiabile, e non colpita da damnatio memoriae, è in materia la dottoressa Chiarenza, Direttore del CPA, laureatasi a Torino, Facoltà di Scienze Politiche, con tesi sulla criminalità minorile a Catania, e sempre analizzatrice acuta e precisa del gravissimo fenomeno.

Buon lavoro

Giambattista Scidà

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Gli arresti di minorenni Italiani Distretto per Distretto dal 01/07/1992 al 30/06/1993

Pubblicato da Giambattista Scidà su domenica 28 agosto 2011

Documento Arresti Minorenni

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Ex Poste ed Uffici Giudiziari

Pubblicato da Giambattista Scidà su martedì 23 agosto 2011

Ex Poste ed Uffici Giudiziari

All’inizio del 2000 le POSTE ITALIANE non erano più che una società tutta privata. L’On. Bianco, passato da Palazzo degli Elefanti al Viminale, continuò a fortemente volere ciò che aveva preparato da Sindaco: l’acquisto, da parte del Comune, delle torri di viale Africa. Sarebbero servite ad ospitare gli Uffici Giudiziari allogati qua e là, in edifici privati, con grossa spesa per canoni. Il capitale occorrente sarebbe stato fornito dal Ministero della Giustizia, o preso a mutuo.

Nel corso di un’apposita riunione, alla quale intervennero il Ministro della Giustizia, Fassino, e lui, Ministro degli Interni, tutti i capi degli Uffici interessati si dichiararono favorevoli. Il Presidente del TpM (certo di poter parlare anche a nome del Procuratore della Repubblica) disse che i due Uffici sarebbero rimasti dov’erano: nello stabile comunale di via Franchetti. Le sue dichiarazioni irritarono il Presidente della Corte d’Appello.

Sono passati, dall’acquisto, dieci anni. Gli Uffici che dovevano essere riuniti negli edifici acquistati sono ancora dov’erano; e il Comune continua a sborsare i canoni che allora sborsava, ovviamente aggiornati come per legge. Si è scoperto, ma solo dopo l’acquisto, ciò che sarebbe emerso prima, da un accertamento avveduto: che gli immobili comprati non possono essere adibiti all’uso in progetto, per inidoneità delle strutture portanti.

È ammissibile che nessuno ne risponda, né consulenti né stimatori? è ammissibile che ancora si tardi ad informare la Procura Generale presso la Corte dei Conti? 

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Palazzo “Bernini”

Pubblicato da Giambattista Scidà su martedì 23 agosto 2011

Palazzo “Bernini”

Le ceneri dell’illustre Lorenzo fremono nell’avello, per l’irriverente applicazione che è stata fatta, del cognome, ad una laida costruzione di cemento armato. E fremono quelle dei buoni catanesi che predicarono rispetto per il denaro pubblico: il cd palazzo, a suo tempo acquistato dal Comune per un bisogno che si poteva soddisfare altrimenti e senza spesa, essendo stato di li a poco abbandonato al vandalismo. Per collocarlo in vendita, deprezzato com’è, si ricorre a nuove stime in ribasso.

É ammissibile che ancora si ometta di informare dei fatti la Procura Generale presso la Corte dei Conti?

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